mercoledì 5 agosto 2015

L'ULTIMO VIAGGIO








L’ultimo viaggio

«Brutto stronzo! Questa non me la doveva fare! Che vadano a farsi fottere, lui la barca e l’esercito!»
Edward stava attraversando la passerella che collegava il Twilight, la ormai non-più-sua barca di undici metri, al porticciolo dov’era ormeggiata. Doveva caricare a bordo le provviste necessarie per i due giorni di navigazione che ci sarebbero voluti per raggiungere il porto di Virginia Beach, dove il signor Volturi sarebbe venuto a prenderla, visto che l’aveva acquistata qualche giorno fa da suo padre.
«Solo l’esercito può rimetterti in riga, razza di delinquente!» disse, scimmiottando la voce e il tono burbero del suo vecchio.
«Testa di cazzo!» urlò con la sua voce, buttando a terra la scatola con le provviste. Il suono di vetri infranti gli strappò un urlo di frustrazione seguito da una serie di imprecazioni a voce ancora più alta. «Merda! Le birre! Pagherai anche queste, vecchio stronzo!»
Verificò i danni notando che, fortunatamente, solo una bottiglia si era rotta, le altre undici erano ancora intatte. «Grazie a Dio! Almeno qualcosa che va per il verso giusto.»
Si sbrigò a raccattare i vetri infranti e ad asciugare la birra prima che potesse macchiare lo splendido ponte di legno del suo amato Twilight, poi asciugò e pulì tutte le altre provviste, prima che ogni cosa prendesse il gusto della birra. «Uhm, forse avrei dovuto pulire prima queste,» borbottò fra sé con una scatola di cereali tra le mani, ormai irrimediabilmente fradicia di birra. «Oh, al diavolo!» urlò lanciandola direttamente giù dalla scaletta che portava alla parte sottocoperta, nel piccolo salottino. Scese a sistemare alcune provviste nel frigo, poi attraversò in senso opposto la piccola passerella e tornò sul pontile per andare a recuperare dall’auto la borsa con i pochi cambi di vestiti che si era portato per quegli ultimi momenti di libertà.
A quell’ora il piccolo porto stava appena iniziando ad animarsi, dopotutto era solo l’alba e i primi turisti sarebbero arrivati tra un paio d’ore. Il suo sguardo compì una panoramica per imprimere bene nella sua memoria ogni angolo, ogni negozio, il colore diverso di ogni casa costruita attaccata alle altre, l’aria di quel luogo così caratteristico, in cui il profumo del pane appena sfornato si mescolava meravigliosamente con quello salato del mare.
Oh, Dio! Adorava quel posto e gli sarebbe mancato da morire. Senza rendersene conto, sentiva crescere piano piano un groppo in gola per la piega schifosa che avrebbe preso la sua vita da lì a qualche giorno e per la nostalgia che già sentiva salire per quel posto, che considerava quasi come una casa. Si riscosse da quello strano torpore quando gli giunse una voce femminile che imprecava quasi urlando, e si guardò attorno cercando di individuarne la fonte.
E la vide.
«Merda! Merda! Merda!» Quella ragazza, più o meno della sua età, batteva il piede a terra mentre inveiva, guardando l’orario degli autobus su un foglio appeso fuori dalla stazione.
La scena fece sorridere Edward perché, parolacce a parte, gli sembrava di vedere la sua sorellina di otto anni, Alice.
«Merdaaaa!» Imprecò ancora e questa volta lui si accorse, dal tono di voce, di quanto lei fosse vicina a scoppiare a piangere, così si avvicinò.
«Ehi, tutto bene?»
«No! Questo paese dimenticato da Dio fa schifo!» gli rispose urlando ma senza voltarsi a guardarlo, con gli occhi fissi sulla tabella con gli orari degli autobus, forse con la speranza che, se l’avesse fissata abbastanza a lungo, sarebbe comparsa una nuova corsa.
«Dove devi andare?» Le chiese.
Finalmente lei si girò e gli lanciò una veloce occhiata, appoggiò la schiena alla parete e si lasciò scivolare fino a terra, «Ovunque. Mi basta andar via di qua. Ne ho davvero abbastanza.» Poi appoggiò la fronte sulle ginocchia e iniziò a singhiozzare.
«Io sto partendo, se vuoi posso darti un passaggio.»
Quasi non lo lasciò finire che proruppe in un «Sì!» alzando di scatto la testa, incredula, rivelando le guance rigate dalle lacrime.
Lui le sorrise, allungò la mano verso di lei e l’aiutò ad alzarsi. «Mi chiamo Edward,»
Lei ricambiò il sorriso e si asciugò le lacrime dal viso con la mano sinistra, «Io sono Isabella, ma tutti mi chiamano Bella. Grazie di cuore, non immagini quanto sia importante per me!»
Edward raccolse da terra lo zaino di Isabella e se lo mise in spalla, si incamminò verso la sua Volvo S60R parcheggiata lì vicino, aprì il portabagagli e recuperò la sua borsa da viaggio per poi proseguire verso il piccolo porto.
«Ma… Non è quella la tua auto?» chiese Isabella vedendo che si dirigeva da un’altra parte.
«Sì,» rispose Edward, «ma ce ne andremo con quello,» disse, allungando il braccio verso il Twilight.
«Wow! È tuo?» chiese sbalordita, guardando la barca lunga undici metri.
«Yes!» le rispose Edward con orgoglio. Certo, non l’aveva comprato con i suoi soldi, ma questo era solo un piccolo dettaglio di nessuna importanza.
Isabella rimase affascinata, non era mai salita su una barca così lussuosa. Edward l’aiutò a salire a bordo dal ponte a poppa, dove vi erano un divanetto ad angolo e un tavolinetto sulla sinistra e un mobiletto bar sulla destra. Subito dopo il mobile bar si trovava la plancia di comando e, accanto, i pochi scalini che portavano sottocoperta, dove regnava un lusso che non avrebbe mai creduto possibile trovare su una barca. L’intero ambiente era open-space: vicino agli scalini, a destra c’era un piccolo angolo cucina, mentre di fronte un salottino con un divanetto semicircolare e un piccolo tavolino. Il bagno, anche se c’era solo l’indispensabile, era molto elegante e curato. Dopo il salottino c’era la cuccetta di prua con un letto matrimoniale, mentre dietro alla scaletta dalla quale erano scesi, c’era la cuccetta di poppa, un po’ più grande della prima.
Edward appoggiò la borsa di Isabella nel posto letto più piccolo, mentre la sua in quella più grande.
Si guardarono un po’ imbarazzati, come se solo allora si fossero resi conto di essere soli, poi lo stomaco di Isabella brontolò sonoramente, imporporando le sue guance e facendo ridere Edward.
«Scusami,» gli disse, «Non ho fatto colazione,»
«E che aspettavi a dirmelo? Che fossimo in mare aperto? Dai, andiamo!»

***

Dopo colazione salparono. «Allora signorina, dove la porto?» chiese Edward allontanando il Twilight dal piccolo porto.
«Dove desidera, capitano, non c’è nessuno che mi aspetta e ho voglia di vedere il mondo.»
Nonostante avesse parlato col sorriso, Edward si era accorto del tremore nella voce di Isabella: si chiese cosa le fosse successo e cosa l’avesse portata a piangere quella mattina per voler scappare da quel posto. Durante la colazione lui le aveva illustrato il piano di viaggio per quei due giorni ma nessuno dei due era entrato nei dettagli della propria vita.
La mattinata trascorse tranquilla. Mentre Edward era al timone, Isabella aveva trascorso un po’ di tempo sul divanetto lì accanto e il resto del tempo a prendere il sole sul ponte di prua.
In quella manciata di ore, lui aveva ritrovato la serenità. Era sempre stato così: il contatto con l’acqua, che si trattasse di navigare sul suo amato Twilight o di nuotare, lo aiutava in mille modi diversi, ma ogni volta dall’acqua sapeva attingere ciò di cui aveva bisogno, fosse la serenità per pensare e prendere decisioni importanti, o trovare l’energia e la carica per affrontare un avvenimento difficile o impegnativo.
Per Isabella era lo stesso, non era mai stata in una barca così lussuosa, ma le bastava guardare il mare, l’oceano. Si sentiva bene dopo averlo fatto, come se avesse parlato con un amico e ne avesse ricevuto un consiglio utile o il conforto necessario e, quella mattina, sapeva che stare lì, in compagnia dell’oceano, delle chiacchiere delle sue onde, era l’unica cosa che avrebbe potuto mandare via la tristezza.
Quando fu ora di pranzo, Edward fermò la barca in mare aperto, aveva voglia di un po’ di silenzio, di ascoltare il rumore delle onde.
Non appena la barca si fermò, Isabella lo raggiunse, probabilmente curiosa di sapere perchè si fossero fermati. Gli camminava incontro, sistemandosi la parte superiore del bikini e a Edward si mosse qualcosa nello stomaco, che poi scivolò più giù, dentro i bermuda, pensando che avesse preso il sole con addosso solo le mutandine. O, forse, neanche quelle.
Naturalmente non era la prima volta che si trovava da solo con una ragazza sul Twilight, e spesso erano più disinibite e svestite di quanto fosse Isabella, ma lei gli faceva uno strano, piacevole effetto. Quando la guardava, il suo cuore accelerava e, ripensando a quanto era arrabbiato quella mattina, gli sembra impossibile che la sola presenza di quella ragazza gli avesse fatto passare completamente il malumore. Isabella non era molto alta, sicuramente sotto al metro e settanta centimetri, aveva i capelli scuri e lisci, lunghi fino a metà schiena ma li portava raccolti in una specie di disordinato chignon fermato, non sapeva come, da una matita. Si meravigliò che fosse davvero possibile farlo, l’aveva sempre creduta una leggenda metropolitana. Isabella, inoltre, aveva gli occhi scuri e profondi color cioccolato al latte, quello buono e pregiato che gli piaceva tanto e il seno non era tanto grande, perfettamente in linea col suo fisico minuto, con gambe lunghe e snelle e un meraviglioso culetto alto e sodo.
Dal canto suo, Isabella era rimasta meravigliata dalla gentilezza di Edward, di cui si era fidata subito, anzi di più, si era aggrappata a lui per fuggire da quello schifo di situazione in cui si era cacciata e ora si trovava in mare aperto con lui, un perfetto estraneo, di cui, non sapeva perché, si fidava così tanto. Non sapeva se, prima o poi, lui le avrebbe presentato il conto per la sua ospitalità, ma, non sapeva il perché neppure di questo, ne dubitava. Era convinta che lui fosse davvero il classico bravo ragazzo, quello di cui avrebbe potuto innamorarsi facilmente. Mentre gli andava incontro, reggendosi al tientibene per non perdere l’equilibrio a causa del rollio causato dalle onde, lo guardò per bene. Era molto alto, almeno un metro e novanta, snello e longilineo, aveva il fisico forgiato dallo sport che gli aveva donato spalle ampie e addominali scolpiti, oltre a gambe lunghe e muscolose. I capelli avevano un colore strano, indefinito, una specie di castano chiaro con dei riflessi rossi o, più precisamente, biondo ramato, che portava scompigliati e spettinati, come se si fosse appena alzato dal letto, pensiero che le provocò un brivido leggero che le scorse lungo la schiena. E i suoi… Oh, Dio, i suoi occhi erano incredibili, magnifici, di un azzurro così limpido e così raro che pensava fosse possibile trovarlo solamente nei romanzi.
Pranzarono sul ponte di poppa, spazzolando il vassoio di sandwich che Edward aveva comprato quella mattina, appositamente per il viaggio, in uno dei suoi negozi preferiti nel paesino nel quale si erano incontrati.
Non ripartirono subito ma rimasero a chiacchierare e a prendere il sole, pigramente sdraiati sul divanetto, mentre discutevano di sport, soprattutto basket e football, sfidandosi sulle formazioni delle squadre degli ultimi anni e sui trionfatori dei vari campionati.
«Che ne dici di un bagno per rinfrescarci?» propose Edward a metà pomeriggio. Di ripartire non ne aveva assolutamente voglia: ogni miglio che avrebbe percorso, lo avrebbe avvicinato sempre di più all’inizio della sua nuova, schifosissima vita, e lui non aveva nessuna intenzione di correrle incontro a braccia aperte.
«Stai scherzando?!» Gli chiese Isabella, con l’espressione sconvolta, «E gli squali?»
«Squali? Ma non ci sono squali, qui, le correnti sono troppo fredde per loro. O troppo calde, ora non ricordo.»
Isabella lo guardò titubante, Edward le sembrava sicuro che non ci fossero, ma non era sicura che lo sapessero anche gli squali. «Mmhh… e il Kraken?»
Lui spalancò gli occhi, divertito, ma cercò di mantenersi serio, «Vedi forse Jack Sparrow e la Perla Nera, qui attorno?»
«Ridi pure, ma in ogni leggenda c’è un fondo di verità! E il calamaro gigante?» Isabella era serissima e Edward non riusciva a capire se fosse una brava attrice o se credesse sul serio a tutte quelle pagliacciate.
Sbuffò. «Siamo troppo piccoli per attirare l’attenzione di quei bestioni. Dai! Solo un paio di tuffi!» mentre lo diceva, iniziò a spogliarsi della tshirt e rimase con addosso solo i bermuda. «Allora? Vieni?»
Lei scosse la testa e non prese la mano che lui le porgeva. «Uff, non sai cosa ti perdi. L’acqua qui è spettacolare!» detto questo, le voltò le spalle e si tuffò con un grido alla Tarzan. Isabella rimase in ansia finché non lo vide risalire pochi metri lontano dal Twilight con un sorriso strepitoso dipinto in faccia. «Allora, hai visto che non c’è nessun mostro marino?»
Con poche bracciate si avvicinò alla barca e salì agilmente dalla scaletta. Le tese nuovamente la mano, «Allora, vieni?» Lei era ancora incantata dal suo splendido sorriso, sincero e contagioso, e dalle goccioline d’acqua salata che gli scivolavano sul corpo scolpito e muscoloso, e non si rese conto di afferrare la sua mano e di tuffarsi insieme a lui. L’acqua era fredda sul suo corpo scaldato dal sole e, appena risalì, le scappò un grido. Nuotarono e scherzarono, schizzandosi, per una buona mezz’ora, finché, infreddoliti e sfiniti, risalirono a bordo. Edward l’aiutò e la coprì subito con un asciugamano asciutto, sfregandole le braccia con le mani per aiutarla a scaldarsi. Non riuscì a trattenersi dal far scivolare lo sguardo sul seno di Isabella, che l’acqua fredda aveva contribuito a risvegliare.
«Sei un bravo nuotare, sei a tuo agio in acqua.»
Lui annuì con energia, «Oh, sì! L’adoro! L’acqua mi carica, mi dà energia. Oppure mi rilassa, dipende di cosa io abbia bisogno. Non c’è nulla che una bella nuotata in mare aperto non possa risolvere.» O quasi, pensò, cercando di non ascoltare la tristezza venuta a bussare al suo cuore.
Isabella notò che parlando dell’acqua gli si era illuminato lo sguardo, quasi come se avesse parlato di una ragazza, ma poi una leggera ombra aveva incupito quegli occhi meravigliosi.
«Anche tu te la cavi bene,» le disse, asciugandosi a sua volta.
«Sono nata in un paesino di pescatori, credo di aver imparato prima a nuotare che a camminare e non mi piace vivere lontano dal mare. Però non ho mai fatto un viaggio come questo, su una barca del genere. La mia famiglia è piuttosto modesta.»
Chiacchierando, si sdraiarono sul prendisole di poppa e, una volta asciutti e dopo aver mangiato un gelato, ripartirono, navigando per un’altra ora.
«Ti piace il pesce?» Le chiese lui dopo un po’.
«Uhm, sì, è simpatico, perché?» Gli rispose prendendolo in giro.
«Dai, scema, rispondi.»
«Se ti dico di sì, non è che ti metti a pescare e poi mi tocca sventrarlo e cucinarlo, vero?»
Lui rise, divertito. «No, tranquilla. Volevo portarti a cena, da queste parti conosco un ottimo ristorantino in cui cucinano il pesce in modo squisito.»
Isabella si guardò intorno ma vide solo l’acqua blu dell’oceano.
«Da qui ci mettiamo al massimo un’ora e mezza per arrivare alla costa. Non farti pregare. Dai Isabella!» Le rivolse nuovamente quel sorriso, quello che, ne era sicura, lui sapeva essere in grado di convincere qualsiasi ragazza a fare qualsiasi cosa. Qualsiasi. Ma il suo problema non era che lei non volesse andarci, il fatto era che non potesse farlo, così decise di essere sincera. «Edward, io non posso permettermi di cenare al ristorante, non sono-»
Edward la interruppe, «Isa, guardati attorno. Secondo te non posso permettermi di offrirti la cena?»
Lei scosse la testa, improvvisamente si sentì un po’ a disagio, come se lui le avesse fatto sentire la differenza di classe sociale tra loro.
Lui lo capì, inserì il pilota automatico e le si avvicinò, inginocchiandosi per essere alla sua altezza, le prese le mani tra le sue. «Non volevo dire quello, ma solo che voglio cenare con te. Non era mia intenzione umiliarti o qualsiasi altra cosa io abbia fatto. Ti prego, vieni a cena con me.»
Il suo sguardo era dolce e sincero e lei annuì con un timido sorriso. Edward cambiò rotta e lasciò inserito il pilota automatico mentre andò a fare la doccia e, quando ebbe finito, toccò a Isabella. Si sentì leggermente accaldata dall’entrare nella piccola cabina in cui era appena stato Edward e non dipendeva certo dalla temperatura della stanza. Non c’era traccia di vapore nel piccolo bagno, e Isabella si chiese perché si fosse fatto la doccia con l’acqua fredda. Che fosse solo per lasciarle l’acqua calda?
Indossò un vestitino bianco con stampati dei piccoli fiori rosa e rossi e sulle spalle mise un golfino leggero, il risultato era curato e quasi elegante. Edward era bellissimo, anche se indossava un semplice paio di jeans sbiaditi e una camicia bianca con le maniche arrotolate al gomito. Attraccarono in un piccolo porticciolo in cui, i pochi che si trovarono a passare, rimasero a fissare la sua barca che risaltava contro le altre che si vedevano da quelle parti, perlopiù, barche di pescatori.
Il ristorante era piccolo e pittoresco, la cena fu ottima e il vino freddo e superbo. Conversarono amabilmente raccontandosi aneddoti della loro vita, gli studi, gli hobbies e le passioni. Ben presto il vino finì e ne ordinarono un’altra bottiglia. Quando risalirono sul Twilight erano solo leggermente ubriachi e presero il largo. Dopo mezz’ora di navigazione, Edward raggiunse Isabella sul ponte di prua, portando due bottiglie di birra. Entrambi si erano cambiati e ora indossavano solamente una tshirt e degli shorts. Bevvero chiacchierando, ben presto le loro bottiglie finirono e Isabella andò a prendere due lattine di Coca Cola, giusto per cercare di non ubriacarsi del tutto. Quando toccò a Edward, però, portò ancora due bottiglie di birra e, quando fu nuovamente il turno di Isabella, decisero di traballare fino al ponte di poppa, più vicino sia al bagno che al frigorifero.
«E così,» gli stava raccontando, «dopo che, come una scema, ho attraversato tre Stati in autostop per lui, quello stronzo che fa? Mi butta giù dal letto alle cinque e mezza di mattina perché sta arrivando la sua ragazza? Ma brutto testa di-» s’interruppe tossendo un sorso di birra che le era andato di traverso, poi riprese a biascicare, «Sono stata anche troppo signora a limitarmi a dargli una ginocchiata nelle palle! Almeno avessimo fatto una bella scopata! Nooo! Il signorino era pure poco dotato e troppo veloce e non ha fatto altro che grugnirmi nell’orecchio per tutti i trentadue secondi!»
Edward scoppiò a ridere così all’improvviso, che una parte del sorso di birra che stava bevendo gli uscì dal naso, e l’altra metà gli andò di traverso.
«Piccola, quando vuoi una scopata come si deve, non hai che da chiedere!» farfugliò lui. Isabella non fece in tempo ad arrossire, che Edward continuò, «E io? Che dovrei dire del mio vecchio? Solo perché ho distrutto la mia Aston Martin Vanquish e l’M3 Cabrio di Rosalie, mi sono fatto qualche canna e qualche volta mi hanno sospeso da scuola, ti sembra il caso di mandarmi nell’esercito?»
«Ti hanno sospeso da scuola? E perché?»
«Solite cose: un paio di volte sono stato beccato a fumare una canna e l’ultima perché stavo facendo sesso nell’aula di chimica.»
«Nell’aula di chimica? Forte! In mezzo a tutti quei vetrini, i vasetti col fumo… fico!» Isabella rideva così tanto che aveva le lacrime agli occhi e faceva fatica ad articolare le parole.
«E dove dovevo farmela la professoressa di chimica?» rispose lui, rimanendo senza fiato dal ridere, seguito dalle nuove risate di lei. Anche se, ormai, erano talmente ubriachi che più che risate, entrambi emettevano strani suoni che ricordavano vagamente il raglio di un asino.
Pian piano, le loro risate si smorzarono, ormai era notte fonda e Isabella, senza accorgersene, si addormentò con la fronte appoggiata al tavolinetto. Edward cercò di svegliarla scuotendola delicatamente, poi con più energia, la chiamò, ma non c’era niente da fare: Isabella russava beata. Non poteva lasciarla lì, avrebbe rischiato di rompersi l’osso del collo o di cadere in acqua, perciò decise di prenderla in braccio, o almeno provarci, e portarla di sotto. Si rese conto, però, di essere troppo ubriaco: faceva fatica perfino a camminare per conto proprio, figuriamoci portare lei in braccio, quindi decise, poco cavallerescamente, di metterle le braccia sotto le ascelle e trascinarla. Dopo pochi passi si rilassò, «Ok, ce la fac-» mormorò, ma mise il piede in fallo nel primo scalino e volò, letteralmente, all’indietro, atterrando di schiena sul pagliolo con un tonfo. Fortunatamente per lei, l’istinto gli aveva fatto serrare la presa sulle braccia di Isabella affinché la tenesse stretta e atterrasse sopra di lui, completamente a peso morto, schiacciandolo al suolo.
«…cio! ‘azzoporcaputtana» esalò in un respiro, cercando di rendersi conto se lei gli avesse schiacciato qualcosa di vitale, oltre ai gioielli di famiglia.
«Ma come cavolo fa a dormire ancora?!» Si chiese Edward vedendo che Isabella non era stata minimamente disturbata dalla caduta.
Quando si sentì in grado di muoversi e riprese a respirare normalmente, scivolò da sotto il corpo di Isabella, la trascinò per le braccia fino al letto e ce la issò sopra per poi, esausto, crollare addormentato accanto a lei.

***

La luce del mattino li colse abbracciati, Edward mezzo sdraiato su Isabella, con la guancia pigramente appoggiata sul suo seno destro, mentre con la mano le stringeva delicatamente il sinistro. Il dolce rollio del Twilight li cullava pigramente, mentre lo sciabordio delle onde cantava per loro un dolce buongiorno.
In quella pace, solo una cosa era dannatamente fastidiosa, ma nessuno dei due riusciva a svegliarsi abbastanza da rendersi conto di cosa fosse: la vivevano come un elemento estraneo nei loro sogni.
«Ma che cazzo…» Edward si sentì tirare dolcemente i capelli e aprì pigramente gli occhi.
«Edward?»
In quel momento, mentre si stava lentamente svegliando da un bellissimo sogno in cui Isabella, completamente nuda, apriva lussuriosa le gambe per accoglierlo dentro di sé, riconobbe la provenienza di quel trillo fastidioso che il suo inconscio aveva erroneamente attribuito a un allarme antifumo.
Magari lo fosse stato.
Si alzò di scatto da quel cuscino perfetto, gattonò fino ai piedi del letto e tentò di fare un salto per rimettersi in piedi ma, evidentemente, era ancora troppo assonnato e ubriaco e rovinò comicamente a terra, battendo il viso sul pagliolo. Imprecando e smadonnando si rialzò, solo per inciampare nei suoi piedi dopo pochi passi e cadere sulle scale, per poi rialzarsi e salire i gradini a gattoni, aggrapparsi alla plancia di comando per issarsi e afferrare un telefono enorme che Isabella, che lo aveva seguito curiosa, immaginò fosse un telefono satellitare.
Edward ansimò quando, con un braccio davanti agli occhi per ripararli dalla forte luce del giorno, rispose con un grugnito.
«Allora, buono a nulla! Fra quanto arrivi? Sei in ritardo di due ore!»
«Merda!» bisbigliò Edward, scivolando a terra fino a trovarsi sdraiato con la faccia sul ponte. Lanciò uno sguardo a Isabella, che lo guardava seduta sul divanetto sottocoperta, bellissima anche con i capelli meravigliosamente arruffati. «Che ore sono?» mimò con le labbra.
«Edward! Incapace! Mi senti?» tuonò suo padre Carlisle.
«Sì, sono… sono qui, signore!» Volse lo sguardo verso Isabella, che mimò, con le labbra, «Quasi le 13,»
«Cazzo!» sussurrò. Poi prese un respiro e si rimise seduto, «ho avuto un contrattemp-»
«Contrattempo un cazzo!» urlò Carlisle. Edward immaginò una grossa vena spuntargli in mezzo alla fronte, in verticale, e la vide pulsare. «Vedi di arrivare entro questa sera o-»
«O cosa?» lo interruppe Edward.
Isabella lo guardò, era arrabbiato e scuro in volto, gli occhi brillavano e sembrava che stessero per fare scintille. In quel momento, lo trovò tremendamente sexy.
«O cosa?» ripetè Edward, questa volta urlando, poi, lentamente, si alzò. Ora era molto più sveglio di prima, ma, probabilmente per l’agitazione, faticava a reggersi in piedi e si appoggiò col sedere alla plancia di comando. «Arriverò se e quando lo vorrò io, siamo intesi?» attese una risposta ma Carlisle era stranamente senza parole. Edward allora continuò, «e se non ti sta bene, puoi andartene a fancuuuulo!» urlò, lanciando l’ingombrante telefono in mare aperto, che cadde in acqua con un pluf e affondò velocemente.
Stava ancora ansimando, con lo sguardo fisso sul punto in cui aveva visto affondare il telefono, quando Isabella gli disse, «Hai idea di quanto inquini, quel coso?»
Lui la fissò senza parlare per alcuni istanti e poi, piegandosi in avanti con le mani sulle ginocchia, sussurrò, «Che cazzo ho fatto? Mi ucciderà! Questa volta il vecchio mi ucciderà!»
Isabella gli si avvicinò e s’inginocchiò di fronte a lui, gli mise le mani sul viso e glielo sollevò, costringendolo a guardarla. «Sono fiera di te! Sei stato super!»
Lui spalancò gli occhi. «Non dire stronzate! Mi taglierà i viveri! L’auto, la barca, l’Università… tutto!»
Lei fece un profondo respiro e gli sorrise, spiazzandolo. «L’auto l’hai distrutta, la barca te l’ha già venduta, l’università non l’avresti fatta perché tra poco saresti partito per l’Esercito… per quanto riguarda i viveri, sei giovane e sano, le tue braccia funzionano. Mandalo a quel paese e trovati un lavoro, fagli vedere chi sei!»
«Un coglione sono, Isa! Non so fare niente nella vita, a parte ubriacarmi e fare casini!»
«E allora impara! Non sei un idiota, Edward! Vivi! Lavora! Ama! Fai quello che ti piace, quello che ti pare, ma basta vivere come una pulce attaccata al culo di tuo padre! Cresci!»
Lui spalancò gli occhi e la guardò, fissò lo sguardo in quelli di lei e li trovò meravigliosi. E capì che aveva ragione: basta vivere sulle spalle di Carlisle, poteva farcela da solo. Doveva solo provarci.
«Hai ragione! Muoviamoci!» Si alzò e si mise ai comandi, tirò su l’ancora e accese i motori.
«Yu-uu! Grande Edward! E dove andiamo?» Isabella gli gettò le braccia al collo e lo strinse forte, orgogliosa di lui e di se stessa per avergli fatto un discorso così maturo.
«Non lo so, nella prima cittadina decente, devo sbrigarmi a comprare vestiti e cibo, prima che mi blocchi le carte di credito. Non credo farà nulla prima di domani, non gli verrà sicuramente in mente ma è meglio giocare d’anticipo!»
Mentre Isabella lo guardava sbigottita, visto che non era proprio quello che gli aveva consigliato di fare, lo splendido sorriso di Edward gli illuminava lo sguardo e lo rendeva bellissimo.
Ci misero un paio d’ore per approdare a una cittadina abbastanza grande da permettere una giornata di shopping e svaghi, e avrebbero impiegato solo un’ora in più per arrivare al porto in cui l’attendeva Carlisle, ma Edward non voleva rinunciare così presto al Twilight, alla sua libertà e, soprattutto ad Isabella. Lei lo faceva stare bene, lo faceva ridere e gli trasmetteva quella spensieratezza di cui aveva bisogno. Il suo discorso lo aveva scosso, non voleva entrare nell’esercito e tanto meno voleva andare in guerra. Aveva una possibilità di non andarci? Bene, ci si sarebbe aggrappato con le unghie e con i denti, avrebbe contato solo sulle sue forze, (beh, certo, avrebbe iniziato quando la carta di credito l’avesse abbandonato) e, soprattutto, avrebbe passato più tempo con Isabella, l’avrebbe conosciuta meglio.
Quando, poco prima di mezzanotte, risalirono sul Twilight, erano carichi di shopper contenenti i loro numerosi acquisti. Naturalmente Edward avrebbe voluto essere molto generoso anche con Isabella, ma lei non aveva voluto approfittarne e aveva accettato solo un nuovo paio di sandali, un paio di jeans, una t-shirt e un vestitino leggero. Il vestito, aveva ammesso con se stessa, lo aveva preso solo per lo sguardo carico di desiderio che le aveva rivolto Edward quando glielo aveva visto indosso. I suoi occhi continuavano a scenderle sulla curva dei seni, e le pareva quasi di sentire quando lui immaginava di alzarle l’orlo e accarezzarle le gambe nude.
Presero il largo e si rilassarono sdraiandosi sul ponte a prua, lasciandosi cullare da una bottiglia di birra fresca a testa e dal leggero rollio della barca. Isabella adorava il mare, amava la sensazione di libertà che le donava, il profumo di salsedine che le trasmetteva la sicurezza di essere sempre a casa, anche se, in realtà, si trovava mille miglia dalla sua famiglia. E adorava trovarsi lì con Edward, il miglior compagno di viaggio che avesse potuto incontrare, gentile, simpatico, bellissimo ed eccitante come nessun altro.
Anche a Edward piaceva un sacco quella situazione: Isabella lo faceva stare bene, gli piaceva la sua sicurezza, il suo essere così indipendente nonostante la giovane età. Aveva sicuramente molto da imparare da lei. E poi, quella situazione lo faceva stare tutto il tempo su di giri: loro due, da soli, in mare aperto. Ora, per quanto ne sapeva, potevano essere rimasti solo loro al mondo: erano circondati dal buio della notte, a vegliare su di loro solo le stelle e la luna piena, meravigliosa, che si rifletteva sull’oceano increspato dalle onde. In quel momento aveva con sé le cose che più amava, che più lo facevano stare bene: l’oceano, il Twilight e Isabella. E non era per niente sicuro che questo fosse l’ordine giusto.
Ad un certo punto, Isabella si alzò di scatto correndo in cuccetta, rovistò nel suo zaino e tornò da Edward con una scatolina e un accendino, mostrandoglieli con uno sguardo soddisfatto. Edward alzò un sopracciglio con fare indagatore e Isabella gli si sedette accanto, accese la piccola torcia che si era portata dietro e sorrise. «Quando sono andata via da casa di Jacob, mi sono presa un regalino,» aprì la scatolina e la mise sotto il naso di Edward, che l’annusò.
«Erba?»
Lei annuì sorridente e lui la guardò con occhi sognanti, «Isa, vuoi sposarmi? Bevi birra e fumi erba, sei la donna dei miei sogni!»
Scoppiarono a ridere e Isabella prese un po’ d’erba, la mise sulla cartina e l’arrotolò, ne leccò il lembo per chiuderla bene e la passò, con l’accendino, a Edward, «A te l’onore!»
Lui annuì, l’accese e aspirò, trattenne il fiato per alcuni istanti e poi buttò fuori lentamente il fumo. «Oh, piccola, quanto mi sei mancata!»
Poi passò la sigaretta a Isabella e continuarono a passarsela quasi in silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri. Isabella non era molto abituata a fumare spinelli e infatti, alla terza aspirata, scoppiò a ridere contagiando ben presto anche Edward ritrovandosi così a ridere insieme, come due idioti. Quando quella finì, ne accesero subito un’altra e Edward si levò la maglietta, accaldato.
«Isa, che vuoi fare da grande?» Le chiese.
Lei scoppiò nuovamente a ridere, «quando lo scopro, ti faccio un fischio!»
Rise anche lui.
«E tu?»
«Mmhh, non ne ho la più pallida idea! Però so quello che non voglio fare: niente di quello che ha in mente il mio vecchio. Niente esercito, niente guerra, niente impresa di famiglia.»
«Non ti preoccupare, troverai la tua strada.» Isabella tentò di recuperare un po’ di serietà, ma non ne era per niente in grado, così disse quello che voleva dire, anche se lo fece ridendo come una pazza, come se stesse dicendo un’enorme fesseria. «Potresti lavorare come skipper su una barca,» Non ce la faceva più, la marijuana non le aveva mai fatto un effetto così forte: aveva le lacrime agli occhi ed era piegata in due dal ridere.
«Oppure potrei ciucciare tette!» Edward lo disse con solennità, come se avesse detto che voleva fare il medico o il commercialista; Isabella si lasciò cadere all’indietro e rotolò su un fianco tenendosi l’addome. Le facevano male i muscoli delle guance e la pancia dal ridere, ma non riusciva a fermarsi. «Come… come ti è venuto in mente?»
«E che ne so! Non l’ho mai fatto ma sono sicuro che sono bravo!»
Lei divenne seria, o almeno credeva, «Cosa vuol dire che non l’hai mai fatto?» Aveva gli occhi spalancati dallo stupore, non poteva credere che quello splendido ragazzo non avesse mai baciato il seno a una ragazza. «Mi prendi in giro?»
Vedendo l’espressione di stupore sul viso di Isabella scoppiò nuovamente a ridere, «No, solo che in genere vado subito al sodo,» le disse facendole l’occhiolino.
Lei si tirò su in ginocchio e sfilò la maglietta, si slacciò il reggiseno e lo fece scivolare dalle braccia, poi rimase a guardarlo sorridendo maliziosa, «allora forza, vediamo se è il lavoro giusto per te.» Non vedeva l’ora di sentire le labbra di Edward sul suo corpo, le sue mani che l’accarezzavano e il suo respiro sulla pelle.
«Stai scherzando?» ora era lui a essere stupito, ma, ciononostante, si mise carponi e le si avvicinò: aveva una voglia folle di assaggiarla, di sentire se la sua pelle era così morbida come gli sembrava. Il richiamo dei suoi capezzoli, già turgidi, era irresistibile.
Lei sedette sui talloni, spingendo il seno in fuori, «assolutamente no. Cosa c’è, non ti va, forse?»
Edward ormai era molto vicino, il suo respiro caldo le accarezzava già il seno e lei stava bruciando d’impazienza. Le appoggiò una mano sulla scapola, come per trattenerla e una scossa elettrica le si propagò attraverso la spina dorsale fin nello stomaco, e poi più giù, tra le cosce. La guardò attraverso qualche ciocca di capelli che gli era caduta sulla fronte, per essere certo che non fosse tutto uno scherzo, ma Isabella era serissima, si mordeva il labbro inferiore, in attesa, guardandolo con occhi carichi di desiderio.
Nessuno dei due rideva più: improvvisamente non ne avevano più voglia.
Appoggiò la punta della lingua sul suo capezzolo e lo leccò, facendola gemere, poi strinse la mano attorno al suo seno, piccolo, caldo e perfetto, e racchiuse il capezzolo tra le labbra, facendola gemere più forte e gettare la testa all’indietro. I baci al suo seno continuavano e lei alzò una mano, passandogliela tra i capelli, stringendoli forte nel pugno quando lui succhiava più intensamente e rilasciando quando il suo bacio era dolce. A un tratto la sua bocca non era più sul suo seno e, quando aprì gli occhi, si perse nei suoi, splendidi, che la fissavano, e un istante dopo la baciò. Appoggiò le labbra sulle sue con dolcezza, mentre con le dita le istigava ancora il capezzolo, pizzicandolo. Si baciarono inginocchiati, l’uno di fronte all’altra, lei schiuse le labbra e la lingua di Edward entrò e prese possesso della sua bocca. Non era più delicato e gentile, ma rude e appassionato, proprio ciò di cui aveva bisogno. I suoi capezzoli tesi premevano e sfregavano sul petto muscoloso di Edward e questo contribuiva ad aumentare la sua eccitazione. Si lasciò scivolare dolcemente indietro, sdraiandosi sulla schiena, Edward le si sdraiò accanto, continuando a baciarla e ad accarezzarle il seno finché iniziò a scendere, lungo lo stomaco, la pancia, fino ad arrivare al bottoncino dei suoi shorts, che aprì con un piccolo clic. Il suono della cerniera che si abbassava sotto le dita di Edward la fece gemere, lui si sollevò un po’ per abbassarli, assieme agli slip bianchi, fino alle ginocchia. Tornò da lei e la baciò ancora, mentre la sua mano tornava sull’ombelico e poi più giù. Quando, finalmente, due dita scivolarono tra le sue pieghe già bagnate per lui, lei gemette. Le solleticò il clitoride, compì dei piccoli giri premendolo e facendola ansimare. Quando sentì che Isabella stava irrigidendo i muscoli, pronta all’orgasmo, cambiò le sue carezze, facendo scorrere le dita su e giù, leggermente aperte, ai lati del suo clitoride. Lei inarcò la schiena e affondò il viso nell’incavo del suo collo ansimando, voleva che lui la facesse venire, voleva quell’orgasmo, ma lui abbandonò ancora quel suo piccolo nocciolo, lasciandolo insoddisfatto e facendola gemere di frustrazione. Fece scivolare le dita più giù, e le fece entrare in lei, eccitata e bagnata come non mai. Gli shorts e le mutandine, fermi alle ginocchia, le impedivano di aprire completamente le gambe per lui, e cercò di abbassarli per poterli scalciare via, ma Edward glielo impedì.
«Sshh, lascia fare a me,» le sussurrò all’orecchio, mentre le sue dita premevano in lei, e il suo pollice dava qualche carezza sporadica al suo clitoride, solo per torturarla ulteriormente.
«Ti prego! Ti prego, Edward, scopami, ti prego!» Ormai non resisteva più, quell’orgasmo che lui stava continuando a rimandare la faceva impazzire e, anche se muoveva le dita in lei in modo spettacolare, lo voleva dentro di sé, ora, subito.
Lui la stava mangiando con gli occhi, vedere il suo piacere lì, ad un attimo dal travolgerla, e non concederglielo, lo eccitava ancora di più. Normalmente, con le ragazze che aveva avuto, era molto più sbrigativo, non gli interessava il loro piacere perché sapeva che, scopandole, godevano molto ugualmente. Era bravo, ci sapeva fare, e madre natura era stata piuttosto generosa, ma a Isabella voleva dare il massimo, voleva farla godere più che poteva. E fu in quel momento che si rese conto di una cosa: non aveva i preservativi.
«Cazzo!» sibilò.
«Sì! Dammelo, Edward! Dammelo!» quell’attesa la stava uccidendo, voleva solo averlo dentro di sé, farsi riempire da lui.
«No, non hai capito, non ho i preservativi,» le rispose sconfortato, e senza rendersene conto stava diminuendo il ritmo con cui le sue dita davano piacere ad Isabella.
«Pillola! Edward, pillola! Scopami! Scopami!»
E lui questa volta non se lo fece ripetere, in un colpo solo sfilò i boxer e quando lei volle nuovamente togliere la biancheria bloccata alle ginocchia, che ancora le impediva i movimenti, lui glielo impedì.
Isabella sbuffò, «Edward! Si può sapere che idee hai?»
Lui le chiuse le gambe e gliele piegò appoggiandogliele al petto, s’inginocchiò e le mise le mani sui fianchi, premendo le gambe di Isabella sul suo petto. Era tutta esposta a lui, poteva vedere la sua intimità, ogni piega, il clitoride dritto e turgido, la sua entrata calda e bagnata, pronta per lui. Si prese in mano il membro duro e dritto e lo passò su di lei, bagnando bene la punta nei suoi umori. Le solleticò il clitoride facendola gemere, entrò appena in lei e Isabella mugolò, quindi lo fece scivolare tra le sue natiche e lei trattenne il respiro. E finalmente la fece sua. Entrò in lei con un’unica poderosa spinta, scivolando fino in fondo. Isabella urlò, si rese conto che era grosso e lungo e in quella posizione quello che provava era indescrivibile, non poteva aprire le gambe per assecondare le sue dimensioni e il piacere che lui le faceva provare era amplificato dal dolore che provava, quel sentirsi aprire, sentirlo prendere possesso di lei, del suo corpo, del suo godere. Finora le aveva negato il piacere dell’orgasmo ma ora non avrebbe più potuto farlo, o almeno se lo augurava. Quella posizione a lei sconosciuta le fece scoprire un punto del suo corpo finora inesplorato, un punto all’interno di sé che il membro di Edward toccava ad ogni affondo, ad ogni forte spinta, regalandole un piacere sconosciuto che ben presto si trasformò in un meraviglioso orgasmo che la fece letteralmente urlare. Lui continuò ad affondare in lei tenendola ferma dai fianchi e prolungando quel piacere all’inverosimile. Quando finalmente rallentò, il suo piacere pian piano diminuì d’intensità, lasciandole un meraviglioso sorriso soddisfatto dipinto sul viso. Edward allora le sfilò pantaloncini e slip dalle ginocchia, aiutandola ad aprire dolcemente le gambe, senza smettere di spingere in lei, ma si abbassò appoggiando il corpo su quello di Isabella e lasciandosi avvolgere dalle sue gambe che gli strinsero i fianchi. Finalmente, Isabella poté stringerlo a sé e affondare le mani tra i suoi capelli così morbidi, perdersi nei suoi occhi, baciarlo e accarezzargli il viso.
A Edward interessava darle piacere, a sé avrebbe pensato dopo. Prese le gambe di Isabella e se le appoggiò sulle spalle, penetrandola ancora a fondo a ogni spinta. Era bellissima, illuminata dalla luce della luna piena che vegliava su di loro e li guardava amarsi, i suoi gemiti erano forti e con qualche spinta più forte delle altre, la fece venire ancora. Gli sembrava di conoscere il suo corpo da sempre, gli sembrava di non avere nessuna difficoltà a trovare i suoi punti magici, quelli in grado di farla vibrare per lui.
Le fece scendere le gambe, sentiva che anche il suo piacere era vicino e pensare di venire dentro di lei lo faceva avvicinare ancora di più. Aumentò il ritmo, i gemiti si fecero più forti e quando Isabella gli passò le mani tra i capelli e ne chiuse alcune ciocche nei pugni, sussurrando, «vieni, Edward, vieni con me,» lui si abbandonò, e si lasciò travolgere dal piacere dell’orgasmo, insieme a lei, per poi abbandonarsi sul suo corpo, sorreggendosi sui gomiti per non pesarle troppo, con le sue mani ancora tra i capelli.
«Se…» Isabella si leccò le labbra e deglutì, poi riprovò, «se avessi saputo che eri così, non ti avrei mai fatto uscire dal letto,» ridacchiò.
«Se avessi saputo che me l’avresti data subito, neanche tu saresti uscita da quel letto!» Risero insieme, ancora l’uno dentro l’altra, poi lui si rilassò, col viso rivolto verso di lei, la sua bocca sul suo collo.
Era meraviglioso stare sdraiati lì, con la luna e le stelle a far loro compagnia, il dolce rollio causato dalle onde, il canto meraviglioso delle onde, la brezza fresca. In quel momento nulla aveva importanza, né il futuro, né il passato.
Quando la brezza divenne troppo fredda e Edward non riuscì a smettere di rabbrividire, decisero di andare sottocoperta, dove fecero di nuovo l’amore, questa volta con più dolcezza e tenerezza.

***

Il mattino dopo, Isabella gli accarezzò il viso con dolcezza, con la punta del dito tracciò il suo profilo: la fronte, il naso importante, le labbra rosse, piene e morbide e la mascella ben delineata.
«E ora? Che si fa?»
Edward rise, «Non ne ho idea. Ma non andrò da mio padre. Lascerò Twilight da qualche parte e poi me ne andrò per la mia strada.»
Isabella si chiese se avesse intenzione di rimanere con lei, di affrontare un pezzo di vita assieme, ma non osò chiederglielo. Lui era bello, ricco e viziato e, anche se aveva detto di voler rinunciare alla vita che la sua famiglia aveva in mente per lui, non credeva che sarebbe riuscito a farlo davvero. Quando non hai un tetto sulla testa o non mangi tutti i giorni, all’inizio può essere bello, ti sembra avventuroso, ma poi diventa difficile, fa paura, ti getta nello sconforto e sapendo che, da qualche parte, ci sono un letto morbido e un pasto caldo ad aspettarti, è difficile non correre da loro. E l’avrebbe abbandonata.
«Isa, piccola, che hai?»
«Perché mi chiami “Isa”?»
«Perché mi hai detto che tutti ti chiamano Bella, e io non voglio chiamarti come tutti gli altri. Allora? A cosa pensi?» con la mano le accarezzava pigramente il fianco, sarebbe rimasto ore fermo così, con lei appoggiata sul suo petto, i suoi capelli a solleticargli il collo.
«Pensavo che non ho idea di dove siamo, e mi stavo chiedendo se, dove attraccheremo, ci sarà qualcuno che conosco che potrà ospitarmi per un po’.»
«Senti,» le disse mettendosi seduto. Prese le mani di Isabella tra le sue, poi le accarezzò il viso con dolcezza. «Ora siamo due senzatetto, no?» sorrise, quel suo sorriso sghembo che le causava una capriola nella pancia, «Non ha senso dividersi. Rimaniamo insieme. Ci aiuteremo a vicenda. Che dici?»
Isabella rimase in silenzio, a riflettere. Se avesse accettato, avrebbe solo rimandato l’inevitabile dolore di qualche giorno o settimana. Tanto valeva chiuderla qua, prima di affezionarsi troppo a lui, prima di innamorarsi, prima di farsi spezzare il cuore. Aprì la bocca per dirglielo, ma parlò prima lui.
«Ho capito, sei una solitaria, e io sarei una palla al piede, vero?» Il suo sorriso fiducioso svanì lentamente.
No, pensò Isabella. Non lo lascerò al suo destino. Sono io che l’ho spronato a lasciarsi tutto alle spalle e non lo lascerò da solo. E poi, sono una combattente e combatterò al suo fianco. Allora annuì con enfasi e decise di essere sincera. «È vero, mi stavo chiedendo quanto resisterai prima di tornare da papà e… quanto mi spezzerai il cuore quando lo farai.» Deglutendo, tentò di ricacciare giù il nodo che le si stava formando in gola.
«Oh, no. Sarai tu a spezzarlo a me, quando mi manderai al diavolo.» Poi le prese il viso tra le mani e la guardò con dolcezza, chiedendosi quanto fosse pazzo di lei, e quanto sarebbe durata quella loro folle avventura. Poi la baciò sulle labbra e, guardandola negli occhi, le chiese, «Allora, ci stai? Lo facciamo insieme?»
E Isabella, felice come non mai, rispose, «Sì!» pronta ad affrontare questo nuovo capitolo della sua vita.

FINE


19 commenti:

  1. Ehmbè questa si che una storia romantica... una dolce favola con i suoi lati comici, drammatici, hottissimi e romanticissimi....
    C'è tutto...
    Grazie

    JB

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  2. So chi sei, meravigliosa come sempre.

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  3. Molto bella... mi piace l'idea di prendere energia, forza, coraggio, dal mare. Mi piace questo Edward che trova il coraggio di ribellarsi ai voleri del padre con la spinta di Isa... mi piace questa Bella che è la sferzata di energia che serve a questo giovane incontrato per caso.
    E poi è il mio sogno fare un viaggio in una barca così... lasciandomi avvolgere dal silenzio del cielo e il chiacchiericcio delle onde...
    Brava... ben scritta, intrigante, in alcuni passaggi leggera in altri più intensa... e quando fanno sesso poi... mmmmhhhh che bravi!!!
    Non credo di aver capito chi sei ma posso dire che stiamo facendo tutte passi da gigante.
    Grazie, è stato un piacere leggerti

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  4. Carinissima!!! Fluida, scorrevole, ben scritta, ottimamente ritmata. Bella storia raccontata con quel tocco di leggerezza necessario per dare positività ai piccoli drammi dei due protagonisti. Sono giovani e gli si perdona il non essere poi così profondi nemmeno nel loro sentimento che si sta appena affacciando, e questa cosa l'ho apprezzata molto, è realistica.
    Brava!!!
    -Sparv-

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  5. molto bella e ben scritta, molto interessanti i personaggi, giovani e con la forza e la "spensieratezza" speciale della giovinezza, molto caldo e ben descritto il loro intimo incontro, l'idea di farli cominciare dai capezzoli è stata... wow! e con un bel messaggio: occorre prendere la propria vita in mano e si può fare: con un po' di coraggio e una bella spinta. grazie per questa shot e per tutto il mare che ci hai messo dentro.
    Carol

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  6. Storia godibilissima, con il giusto mix di avventura, romanticismo, sesso...
    Edward è un giovane viziato, arrogante, abituato ad avere tutto dalla vita, insofferente nei confronti delle regole e dell'autorità. Eppure non è cattivo, dato che reagisce con prontezza al dolore di una sconosciuta, offrendole aiuto. Bella è una ragazza semplice, coi piedi piantati per terra e nello stesso tempo così matta da attraversare gli States per raggiungere un ragazzo che si rivela fedifrago e pessimo scopatore. In qualche modo sono complementari e hanno bisogno l'uno dell'altra: lui per capire che può tirar fuori un po' di spina dorsale e costruirsi un futuro con le proprie forze invece che dipendere sempre dall'imbottito portafogli di papà, lei per impegnarsi seriamente in un rapporto che preveda condivisione di responsabilità, difficoltà, ma anche tanta spensieratezza. Felice la scelta di lasciar sognare il lettore sui futuri sviluppi della storia d'amore. Piacevolissime le descrizioni dell'ambiente marino.

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  7. Questa è la storia che ho apprezzato di più di tutto il contest. Scorrevole e appassionante, da leggere tutta d'un fiato, mi ha lasciato veramente impressionata. Per la sua completezza ho deciso di assegnarle 3 punti.
    Grazie
    Margherita

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  8. Ho deciso di assegnare i punti in base all'eco che le storie hanno lasciato nei miei giorni. Questa sicuramente merita i 2 punti che ho a disposizione...bellissima.
    Grazie!

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  9. E 1 punto lo assegno a questa storia...

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  10. 1 punto e miglior scena di sesso del contest per me
    Caroline

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  11. Bella e appassionante questa storia. Scritta benissimo, riesce a coinvolgere il lettore sino alla fine e forse ho capito chi sei.
    La scena di sesso è molto bella e nel contesto ci sta benissimo.
    Complimenti.

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  12. Bella storia, articolata, lunga, in alcuni passaggi divertente, in altri più seria, e molto sexy. Intrigante l'idea del viaggio che porta entrambi lontano dalle loro vite precedenti. L'unico neo per me, se così vogliamo definirlo, sono stati i dialoghi un pochino troppo diretti. Io amo quando i personaggi si annusano e si muovono in modo meno esplicito, amo intuire, amo immaginare ciò che si nasconde nel non detto, in quello che rimane implicito. Ma questi sono davvero solo gusti personali, credimi, alla tua storia non manca nulla e so che molte lettrici hanno (sempre in tema di dialoghi) gusti molto differenti dai miei. Ecco. Quindi per il resto brava davvero davvero!!! Concordo con chi scrive che stiamo facendo passi da gigante!!! Grazie!!! Cristina.

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  13. Avrei voluto avere altri punti, perchè come sempre mi sei piaciuta moltissimo. Brava!

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  14. Bravissima! Una storia bella, scorrevole e romantica. Scritta veramente bene.

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  15. 2 punti a questa storia molto bella. Ne meriterebbe tre per la scena più hot.
    Brava!
    JoTyler

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  16. Questa è una storia che mi è piaciuta particolarmente. A mio parere, l'angst aiuta parecchio a scrivere belle storie, perchè riesce facilmente a toccare i sentimenti di chi legge, mentre con storie apparentemente leggere come questa è più difficile. Di questa storia invece ho apprezzato il senso di libertà allo stesso tempo infinita e provvisoria che emana dai due protagonisti.
    Bravissima, per te 2 punti!!!
    Aleuname

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  17. Bella, davvero bella! A tratti seria, a tratti divertente. Complimenti!

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