martedì 4 agosto 2015

UN TUFFO NEL DESTINO





UN TUFFO NEL DESTINO

Do ancora un’occhiata al mare sotto di me.
Per essere un tardo pomeriggio di agosto lo trovo piuttosto agitato.
Il salto sarà decisamente alto. Dodici, quindici metri, non lo so. Non sono mai stata brava a calcolare le distanze a occhio.
Non sono mai stata brava in niente, probabilmente.
Una fallita. Un disastro. Quante volte me lo sono sentita dire dai miei genitori. E da lui. Anche solo qualche ora fa, prima che mi gridasse che era finita e sbattesse la porta di quella che io consideravo anche un po’ la mia casa.
Balle, tutte balle. Mi aveva detto di andarmene, che era stufo marcio di me. E che aveva un’altra donna ormai da anni e che l’avrebbe messa lì, al posto mio.
Il vento soffia abbastanza forte su questo dirupo. Probabilmente si sta avvicinando un temporale.
O forse il brontolio che sento nelle orecchie è lo sgretolamento di me stessa.
Può essere. Ma ormai che importanza ha se pioverà o meno.
Tra poco, in ogni caso, sarò zuppa.
Un refolo di aria fredda alza la gonna del mio leggero abito a fiori. Mi ricorda tanto il tentativo di volo di un petalo disperso nel vento, attaccato al nulla.
Osservo incantata il dondolio della stoffa e la ringrazio per il senso di libertà che mi sta infondendo. So che sarà tutta una gran pace, dopo. Non può che essere così. C’è stata troppa confusione, troppa sofferenza nella mia vita. Dopo, non potrà che andare meglio.
La schiuma delle onde che si infrangono sugli scogli sotto di me è invitante come la superficie di un cappuccino di prima mattina. Magari uno di quelli serviti a letto da mani amorevoli. E’ strano come solo in questo momento, direi uno dei momenti meno opportuni per fare questo genere di considerazioni, mi renda conto di non aver mai avuto la carezza di una colazione portata a letto. Ma Dio solo sa quante volte, invece, ho dovuto portarla io.
E quello che ora mi disturba non è il servizio in camera che dovevo fare agli ospiti della locanda dove avevo lavorato, o meglio vissuto, negli ultimi dieci anni.
Quello che proprio non mi sta andando giù è il servizio che rendevo allo schifo di uomo che fino a poche ore fa era il mio datore di lavoro e il mio amante. O forse solo e semplicemente il mio padrone, visto come ero stata trattata a sberle in faccia più e più volte, e non solo metaforicamente, e vista a la piega che avevano preso le cose tra noi, adesso.
Sono rimasta senza niente. Senza nessuno. Completamente sola al mondo.
La decisione è stata così semplice da prendere. Strano che io non ci abbia pensato prima. Mi sarei evitata tanti dolori, tante botte e tante lacrime amare.
Il fatto è che io ero così dannatamente fiduciosa nel suo cambiamento. In fondo era stato lui a raccogliermi dalla strada quando, solo quindicenne, ero scappata di casa. Lui mi aveva presa con sé e dato un tetto sotto cui vivere. Lui mi aveva messa a lavorare nella sua locanda, mi aveva fatto insegnare dalle cameriere anziane a sistemare le stanze e a cucinare.
E lui si era anche rubato la mia verginità, dicendomi che era un suo diritto. Negli anni mi aveva presa più e più volte facendomi capire che cosa poteva pretendere un uomo da una donna. E che cosa poteva fare quello stesso uomo quando era arrabbiato o deluso o ubriaco.
O quando, molto più semplicemente, gli andava.
Stupida come sono, continuavo a vedere un sentimento buono in quel gesto primitivo che mi aveva legata a lui. Ora, dopo stamattina, capisco chiaramente che lo aveva fatto solo per il suo tornaconto. E ogni sua parola, ogni suo comportamento, visti con gli occhi di questo momento, erano palesemente mossi dal disprezzo e dalla rabbia per quella che sono. E quella che non sono, probabilmente.
Il mare si sta increspando ancora, le onde sono molto più alte e frequenti adesso. Sembrano chiamarmi. Sembra che abbiano una certa urgenza. Non ha pazienza, forse, nemmeno il mare, loro padrone.
Guardo il cielo per l’ultima volta e sento scendere, calda, una lacrima sulla guancia. Credo di avere un livido e un’escoriazione ancora evidenti perché avverto un bruciore al suo passaggio; speriamo che in Paradiso non ci facciano caso, perché non voglio dare spiegazioni a nessuno. Non le ho mai date e mai le darò. Mi vergogno troppo.
Accidenti a lui, stavolta non mi ha dato nemmeno il tempo di nascondere la botta e il taglio con il fondotinta, come facevo di solito le mattine in cui dovevo servire ai tavoli. Succedeva di rado, ma dovevo stare molto attenta in quei giorni.
Quando ero di servizio in cucina era molto più semplice visto che ero quasi sempre da sola con Alice. Da tempo lei aveva capito tutto, ma mai mi aveva messa in difficoltà con domande inutili che non avrebbero comunque avuto risposta.
I giorni in cui mancava la cameriera ufficiale, invece, erano i più difficili da sopportare e da gestire. Ero io a doverla sostituire. Impossibile mettere in discussione gli ordini del padrone.
E in mezzo alla gente non dovevo far capire. In caso contrario, la sera a fine turno, me le sarei prese ancora, e ancora. Lui era stato abbastanza chiaro su questo punto.
«Perché non te ne vai? » mi aveva chiesto solo ieri sera Alice in un momento in cui, forse, sentiva di poter essere mia confidente. O amica, chi lo sa.
Lo aveva visto prendermi con forza per un braccio, trascinarmi fuori dalla porta del locale e lo aveva sentito urlare e promettermi una punizione esemplare a casa. Certo, me lo meritavo. Avevo fatto cadere un piatto mentre sparecchiavo un tavolo. Davanti ai clienti. Grave errore. Grave distrazione che avrei sicuramente pagato.
Oggi, infatti, in previsione del castigo, ero stata messa di riposo. Non avrei dovuto uscire di casa né farmi vedere alla locanda. E da nessun’altra parte al mondo. I lividi e le escoriazioni sul volto erano, come previsto, evidenti.
Rassegnata da una vita, le avevo risposto che sapeva bene il perché. E l’avevo pregata di non immischiarsi in questa storia.
Non avevo un posto dove andare e, in ogni caso, lui mi avrebbe trovata. E non sarebbe stato un bell’incontro di quelli rappacificatori. Quindi, chiuso il discorso.
Con mia grande sorpresa, tornata a casa a fine turno, non era stato irruento come temevo. Certo le sberle e i calci me li ero presi, di cattiverie me ne aveva dette, eccome. Ma poi, come colto da un’illuminazione divina, subito dopo avermi procurato il taglio sullo zigomo, era uscito di casa sbattendo la porta e vomitandomi addosso con un’espressione soddisfatta che le cose sarebbero cambiate. Da domani. Da oggi. E, il maledetto, ha mantenuto anche questa promessa.
Sono stata cacciata come una serva inutile dall’unica casa che conoscevo. Come una sgualdrina sfruttata e ormai sfatta.
Ed è assurdo, ma non sto piangendo nemmeno per questo. Sto soffrendo perché mi rendo conto, in questo momento di lucida follia, di aver perso tutto il tempo che avevo a disposizione. E la speranza e i miei sogni. Li ho lasciati in mano a lui. E ho sbagliato. Ho sbagliato tutto.
Ma il tempo non torna. Non c’è rimedio. Stavolta ne sono certa, perché, ad ogni modo, sarò io a non dargliene la possibilità. Al tempo. A lui. Alla mia disperazione. Basta.
Sento in lontananza alcune voci che mi distraggono dai pensieri.
L’ obiettivo finale ritorna limpido nella mia mente.
Il mare mi chiama forte, urla il mio nome. E io non intendo più farlo aspettare.
Muovo ancora un passo avanti e raggiungo il bordo del dirupo.
« Dovresti almeno metterti il costume. » suggerisce una voce profonda e calda alle mie spalle.
Presa alla sprovvista mi volto di scatto quasi perdendo l’equilibrio. Vedo un uomo, avrà trenta cinque anni o poco più. Ha entrambe le braccia lungo i fianchi, vuole apparire rilassato, ma i pugni serrati di entrambe le mani rivelano la sua tensione.
Dio, è così bello con quei capelli castano ramati mossi dal vento, la barba incolta su un viso pulito. Ha un portamento elegante pur indossando una semplice camicia di cotone azzurro con le maniche arrotolate ai polsi, i jeans al ginocchio e un paio di infradito. Mi ricorda vagamente qualcuno, ma non credo di averlo mai visto prima. Me ne ricorderei di certo. Un angelo non si dimentica così facilmente.
E poi, non devo essere vicina ai luoghi in cui mi muovo abitualmente. Come in trance, devo aver camminato per ore e senza rendermene conto. Non riconosco il posto dove sono finita.
So solo di essere scalza e di avere i piedi stanchi e doloranti. Sotto di me sento il pungolare delle rocce frastagliate, forse mi sarò procurata qualche ferita. Poco danno, una più o una meno non fa più differenza.
Sposto lo sguardo e, ad una certa distanza, noto una bella spiaggia, molto simile a quella di fronte casa “mia” dove spesso, la sera, mi perdevo a guardare l’orizzonte e ad immaginare la vita oltre la distesa azzurra del mare.
Vedo lì un gruppetto di persone palesemente agitate. Si sbracciano e urlano qualcosa, forse verso di me.
No, basta urla, basta! Mi tappo le orecchie con le mani, non voglio sentire! Lasciatemi in pace!
Volto le spalle a quest’uomo e alla gente là in fondo e fisso l’unica mia certezza, il mare sotto ai miei piedi.
All’improvviso vengo presa dal panico. Devo fare in fretta, non voglio che qualcuna di quelle persone mi riconosca e chiami lui. Non voglio che sia il suo volto l’ultima cosa che vedrò prima di morire.
Dietro di me l’uomo continua il suo discorso, fintamente pacato, come se fossimo stesi su un asciugamano a decidere se fare il bagno insieme o no.
« Credo l’acqua sia un po’ freddina oggi. E mi sa che tra poco inizierà a piovere. Credo sia meglio tornare a casa, che dici?»
Sorrido tra me e me per l’ironia della situazione in cui mi trovo. Nessuno, nessuno a parte Alice, ha mai dimostrato alcuna preoccupazione per me. Solo ora, quando finalmente ho preso una decisione, quando nulla ormai potrà rimettere insieme i cocci della mia anima e del mio cuore, quando tutto è finito, le persone decidono di entrare in scena e recitare la parte dell’eroe di turno per dimostrare tutta la loro ipocrisia verso il prossimo.
No, non sarà nemmeno questa voce meravigliosa che mi infonde un senso di pace a distogliermi dal punto più basso qui sotto.
Ormai lo vedo come fosse il centro di un bersaglio. Scocco la freccia.
Via.
Ed è un attimo. Mi lascio cadere e la forza di gravità fa il resto del lavoro per il quale è stata creata.
L’aria fredda mi accarezza la pelle. Sento alcuni schizzi umidi sulle guance, sulle braccia. Non so se sono già arrivata in fondo al mio volo, se ha iniziato a piovere o se sono le lacrime venute a salutarmi.
Ho perso il senso dell’orientamento e, volteggiando libera, non ho idea se cadrò di testa o con la schiena. Poco importa.
All’improvviso sento lo schianto duro contro la superficie dell’acqua. Credo di essere precipitata in mare con i piedi, perché avverto subito un forte dolore alla caviglia seguito da uno altrettanto potente alla gamba destra verso l’inguine. Qualcosa di duro deve avermi colpita.
Apro gli occhi e vedo la superficie allontanarsi rapidamente. La schiuma adesso mi sovrasta e non sembra più così invitante. Ora assomiglia ad un muro di bava che si chiude sopra di me.
Non mi fa nemmeno più vedere il cielo.
Inizio ad avere paura. Istintivamente provo a respirare, ma, invece dell’aria, incamero nei polmoni una grande quantità di acqua salata che mi brucia in gola.
L’istinto di sopravvivenza mi dice che ho appena fatto una gran cazzata alla quale lui non saprà porre rimedio.
Sono ancora sbattuta dalla forza delle onde contro qualcosa che non so vedere. Altro dolore, altre botte. Ma tanto ci sono abituata. Saranno le ultime.
A questo punto mi abbandono. Lascio che tutto sia come deve essere. Mi sento morbidamente scendere, le onde evidentemente hanno deciso che il mio corpo ne aveva avuto abbastanza di seguire il loro ritmo. Quella danza era troppo da sopportare per lui. Chiudo gli occhi e prego perché tutto finisca in fretta.
L’ultima cosa che sento prima di perdere i sensi è un braccio che mi cinge il fianco, una mano forte che mi prende la testa a la adagia su una superficie dura come il marmo. Nonostante l’acqua fredda tutta intorno, mi sento accolta in un caldo abbraccio. E’ una sensazione completamente nuova, che forse ho provato solo appena nata. Ma forse nemmeno in quel momento.
L’ultima cosa che la mia mente ricorda è il volto di quel bellissimo uomo, inginocchiato e con la mano protesa verso di me, in cima alla scogliera.
***

«State tutti indietro! Indietro maledizione! Lasciatemi lavorare!»
Ancora urla, anche in Paradiso. Non ci posso credere.
Un dolore lancinante allo sterno, come un pugno. Lo sento ancora e ancora, non si ferma.
Ancora botte, anche in Paradiso. Non ci posso credere.
“Uno. Due. Tre. Respira. Avanti. Respira cazzo!Vomita quella cazzo di acqua! »
Sento un tocco deciso sulla fronte. Poi qualcosa di morbido, caldo e umido sfiora le mie labbra. Percepisco un piacevole pizzicore al mento.
Qualcosa mi viene spinto dentro alla bocca con una certa violenza, cerca di farsi strada in gola e arriva giù in fondo. Fa un male cane. Mi sento come esplodere dall’interno.
Mi invade una gran nausea. Sto per vomitare. E per tossire. E, o Cristo, mi viene da respirare.
«Brava, così. Forza. Respira, respira. »
Impossibile, ancora quella voce meravigliosa. Ancora quel braccio che mi stringe la vita. Una mano grande e sicura mi sorregge la testa mentre ansimo in cerca di aria.
E’ morto anche lui. Mi ha seguita in Paradiso.
Vomito l’ultima acqua che intendeva annegare i miei polmoni e apro a fatica gli occhi.
La luce mi dà fastidio, ma le due piccole fessure che riesco a schiudere sul mondo lo trovano lì, a pochi centimetri da me.
Si, è lui. E non siamo morti. Sento il calore del suo corpo, e il respiro affannoso che ancora accarezza le mie labbra. Il suo volto, dai lineamenti fieri e gentili, è arrossato e teso.
Quei splendidi capelli ora sono umidi e scomposti dal vento e dall’agitazione.
Infine, incontro ancora una volta quegli occhi chiari che parlano senza dire una parola.
Così da vicino posso sentire anche il suo profumo, un misto si salsedine, lavanda, salvia. Magnifico.
Posso lasciarmi andare. Muoio tra le sue braccia. Mi viene da sorridere. Muoio felice.
***
Sono molto meno felice quando spalanco gli occhi e mi rendo immediatamente conto che non mi trovo dove credevo e, soprattutto, dove volevo.
Niente Paradiso. A meno ché il Paradiso non comprenda un letto morbido nell’ atrio di una bellissima casa, lenzuola candide, stanze luminose e dai palchetti color ciliegio, muri lindi sui quali sono appesi ordinatamente quadri di angeli e paesaggi immacolati.
Il tutto completato da un ottimo profumo di cibo e dal rumore di uno sfrigolio in lontananza tipico delle cucine.
Sono una cuoca, capisco che si tratta di brodo. Un ottimo brodo di carne. E poi, forse, un arrosto.
Inspiro con forza e sento subito un dolore lancinante al torace che mi fa emettere un sonoro urlo.
Il grido, evidentemente, richiama l’attenzione di qualcuno perché sento dei passi avvicinarsi abbastanza rapidamente. I palchetti scricchiolano mentre vengono calpestati con una certa fretta.
Comincio a tremare. Chiudo gli occhi perché non voglio vedere.
«Bentornata»
Oddio. Lui. Quella voce, sono certa sia la sua.
Sento grattare qualcosa a terra. Poi un rumore più sordo, come se qualcosa venisse sistemato al suolo con una certa forza. Silenzio.
Decido di farmi coraggio e sollevo le palpebre. Lui è seduto su uno sgabello vicino al letto dove sono sdraiata.
Giro la testa per guardarlo meglio. Credo comprenda la mia confusione perché, senza che io proferisca parola, inizia a spiegare.
«Il dolore che hai sentito è dovuto ad una costola incrinata. Credo di aver combinato io il danno durante il massaggio cardiaco».
Spalanco la bocca in cerca di aria e di parole, ma non entra ed esce nulla.
Cerco di puntare le mani sul materasso per sollevarmi, ma il dolore ritorna forte e mi immobilizza.
« Tranquilla, tranquilla. Va tutto bene. Passerà in fretta».
Avverto il tocco della sua mano sul mio braccio. Mi sta accarezzando.
Vorrei dirgli di smetterla, dirgli che non merito alcuna carezza. Vorrei dirgli grazie e anche che lo odio per quello che sta facendo. Vorrei dirgli che mai in vita mia ho provato tante emozioni contrastanti.
Ma l’unica cosa che sono capace di fare è sciogliermi in un pianto sommesso che arriva da lontano.
Le lacrime, dapprima lente e graduali, prendono presto vigoria e scendono copiose.
Non so arrestarle e arrivano i singhiozzi ad accompagnarle.
Provo a coprirmi il volto con le mani, ma solo un braccio si muove. Sento dolori ovunque.
« Andrà tutto bene» continua lui con voce ferma; la mano che si muove ancora avanti e indietro sulla mia pelle.
«No. Non andrà bene. » dico con gran fatica. La voce ora mi esce. Flebile, interrotta dai singhiozzi, ma esce.
«Cosa mi hai fatto?perché? perché?» continuo.
«Io ho fatto solo quello che andava fatto. Non ti chiederò perché eri lì. Non ti chiederò cosa ti è successo, né chi sei. Ma ascoltami bene», continua questo angelo al mio fianco in tono autoritario, ma senza note di cattiveria nella voce, «c’è sempre un’alternativa. Sempre. Non era giusto. E comunque non avrei in ogni caso potuto lasciarti fare quello che stavi per fare».
Lo guardo inebetita. Lo ascolto perché me l’ha chiesto, io sono abituata ad obbedire, ma mi rendo conto che lo faccio anche perché voglio essere avvolta dalla sua voce melodiosa che tocca corde serrate in fondo alla mia anima.
Mi sta fissando. E’ serio, davvero serio.
E bello, davvero bello.
I miei singhiozzi cessano. Le lacrime rallentano il ritmo del loro suicidio.
«Perché? » gli chiedo ancora.
«Sono un medico. Lavoro al Pronto Soccorso dell’ospedale del paese qui vicino. Come medico ho fatto un giuramento. Non posso non salvare la vita di una persona in evidente rischio di morte.»
« Quindi ti sei tuffato? »
«Certo che l’ho fatto» risponde, come se la sua fosse stata una reazione più che scontata e la mia una domanda stupida. « E’stato piuttosto complicato prenderti là sotto perché la corrente e le onde erano potenti a causa del temporale. Ma siamo qui. E’ andata.»
Abbasso lo sguardo, immaginandolo mentre si butta dietro di me da quel dirupo.
«Avresti potuto morire. »
« Anche tu, se è per questo. »
Il suo sguardo non vacilla. Mi sorride. Noto che la sua mano è ancora appoggiata al mio braccio.
«Ma io lo volevo. Tu no. » preciso. Lui non ribatte allora vado avanti, «Come ti chiami? » chiedo, non so nemmeno io perché. Forse per prolungare questo attimo in cui mi sento stranamente benvoluta da qualcuno. Da un estraneo, per giunta.
«Edward. Edward Cullen. »
«Isabella. Bella. »
Vedo i suoi occhi spalancarsi per la sorpresa. Il suo corpo irrigidirsi. La bocca gli si apre senza emettere alcun suono. Poi, con un certo sforzo, si ricompone schiarendosi la voce.
« Nome e cognome o solo nome e nomignolo? »chiede ironico riprendendosi dallo shock che evidentemente gli ha procurato la rivelazione del mio nome. Non mi lascia il tempo di rispondere, «va bene così, non preoccuparti. Almeno non avrò la responsabilità di inventarmi un nome per chiamarti! Io sono una frana nel dare nomi perfino agli animali … lasciamo perdere …»
Rispondo al suo sorriso. Oddio, sorrido. Non ci posso credere. Dovrei essere morta e invece sono qui con un uomo che mi parla dolcemente, che si è preso cura di me dopo aver rischiato lui stesso la vita. Per me. E sorrido. Devo essere diventata scema. O aver sbattuto la testa forte, molto forte.
«Dove mi trovo? E come sono arrivata qui? » gli domando. A questo punto sento la necessità di capire di più. Sono viva oltre ogni ragionevole dubbio e da qualche parte dovrò in qualche modo ripartire, se non altro per riprovare a raggiungere il mio scopo.
« Sulla spiaggia è arrivata l’ambulanza. Ti ho accompagnata all’ospedale dove lavoro e ti ho fatto alcune lastre, avevo il sospetto di averti fratturato qualche costola visto il tuo corpo minuto. Per fortuna una sola e non del tutto», sembra rammaricarsi per questo che deve considerare un errore non da poco.
Sospende il racconto. Io rimango in attesa, in silenzio. Poi, con lo sguardo perso, come immerso nei ricordi, continua «durante il tragitto stringevi la mia mano forte, piangevi e … continuavi a ripetermi di non lasciarti mai».
Sono certa di avere le guance scarlatte e un’emozione improvvisa mi travolge. Volto lo sguardo verso il muro alla mia sinistra, non riesco a sostenere quel volto turbato e quella bocca che dice cose così imbarazzanti per me. Come posso avergli chiesto una cosa del genere?
Non ho il coraggio di ascoltare altro, anzi dovrei proprio alzarmi e andarmene. Ma dove? Come?
Edward rispetta la mia chiusura ma continua, spiegando tutto come se rivedesse un film.
«Hai preso diverse botte cadendo in mare, hai sbattuto Dio solo sa quante volte contro gli scogli sott’acqua. Vedevo il tuo corpo scaraventato da una parte all’altra. E non riuscivo ad afferrarti », ha la voce rotta, non mi sto sbagliando perché mi giro e lo guardo. Ha gli occhi lucidi. I miei rispondono al richiamo e le lacrime cominciano a scendere di nuovo rigandomi il viso.
« Ho dovuto aspettare che scendessi un po’ più in fondo e lì finalmente ti ho presa. Pensavo fossi morta, ma non mi sarei arreso per niente al mondo, stavolta no. Ti ho trascinato a riva e tutte quelle persone continuavano ad urlare. Ci hanno circondati e mi gridavano nelle orecchie che non ce l’avresti mai fatta. Dannazione, se non fossi un medico con dei principi li avrei ammazzati tutti con le mie mani. Un ragazzo con un barlume di intelligenza mi ha ascoltato e ha chiamato l’ambulanza e, nel frattempo, ho tentato di rianimarti. Quando finalmente hai iniziato a respirare, non ci potevo credere. Avevi i piedi scorticati e botte ovunque, graffi e tagli... ».
Con l’unica mano che risponde agli impulsi dei miei neuroni, inconsapevolmente mi sfioro lo zigomo sfregiato non dal volo, ma dalla mano cattiva di un essere riprovevole. Mi assale l’ansia nel ricordare il mio recente passato. E’ troppo vicino per far finta che non esista.
Edward riporta l’ attenzione su di me, evidentemente stupito da questo mio gesto. Sembra stranito.
Sento le sua dita premere dentro la carne del mio braccio. Ma subito molla la presa per finire la sua storia. E la mia. Adesso mi fissa.
«La TAC e la risonanza che ti ho fatto hanno evidenziato la costola incrinata e la caviglia destra rotta, fortunatamente non scomposta – ecco cos’era quel dolore che avevo sentito appena toccata l’acqua - ma niente danni permanenti né lesioni interne. Siamo stati fortunati .– siamo? - Ti ho fatto mettere un tutore alla caviglia, ti ho suturato una ferita piuttosto profonda all’inguine. Ho medicato i piedi e tutte le altre ferite. Oltre ad averti somministrato una buone dose di antidolorifici. Dopo ore eri ancora incosciente. Non me la sono sentita di lasciarti in ospedale. Mentre in ambulanza mi chiedevi di non lasciarti.. » Edward si blocca un attimo forse per sottolineare quello che sta per dire o per essere sicuro che io lo stia ascoltando. Appena annuisco continua «..io ti ho promesso che non l’avrei fatto. Non sarò in ospedale ancora per qualche giorno e non potevo lasciarti lì, senza di me».
Sgrano gli occhi, mi sento confusa da tutto quello che sto sentendo. Non mi sembra una cosa reale. Non per me.
«E così eccoti qui. Ti ho trasferito a casa mia, la sistemazione è un po’ di fortuna, ma magari ci organizzeremo meglio. Puoi restare finché non ti rimetti, faremo finta sia un ospedale privato».
E’ ora di dire qualcosa. Assolutamente.
«Edward, io non posso. Hai fatto davvero troppo per me. Hai rischiato la vita per una stupida che nemmeno conosci … »
« a parte il fatto che non sei una stupida – mi interrompe severo – e lo si vede dai tuoi occhi, comunque non avresti modo di andartene. Quindi non si discute. »
Non mi dà modo di ribattere. Si è già alzato ed è diretto verso la stanza da dove proviene il profumo di brodo.
Mentre si volta seguo con lo sguardo i suoi passi e- porca miseria!- sul polpaccio destro ha tatuato un angelo dal volto di una meravigliosa bambina. Sulla tunica c’è incisa una scritta; si legge chiaramente un nome: Bella.
***
Nonostante lo stupore provato nel vedere quel disegno e soprattutto quel nome disegnati sulla sua pelle, devo essermi addormentata.
Quando apro gli occhi l’abat-jour sul comodino accanto al mio letto è accesa. Accanto vedo un bicchier d’acqua.
Fuori dalla finestra di fronte al letto, oltre le tendine ordinate, buio.
Il suono sommesso e le luci tenui e lampeggianti di una televisione accesa in lontananza.
«Edward» provo a chiamarlo. Voglio essere sicura di non aver sognato tutto.
«Eccolo qui» informa la sua calda voce accompagnata dallo scricchiolio dei palchetti.
No, non ho sognato.
Si avvicina con il solito sorriso, un misto tra il malizioso e il benevolo. Il diavolo e l’acqua santa racchiusi tra le sue labbra. Labbra che hanno toccato le mie, in circostanze nettamente diverse da quelle che sto immaginando in questo momento, ma pur sempre lo hanno fatto.
«Ero tornato per farti mangiare un po’ del mio brodo speciale, ma visto che ti eri addormentata non ho voluto svegliarti e poi …» continua «… avrei dovuto farlo con un bacio …»
Oddio. Cosa ha detto? Sgrano gli occhi e lui ride « non dirmi che non conosci la favola della Bella addormentata! » e sottolinea Bella e addormentata con un simpatico dondolamento della testa «Se non la conosci tu, chi deve farlo? »
Come fa a sdrammatizzare sempre tutte le situazioni di imbarazzo e tensione con una sola battuta?
Mi sciolgo in una risata e sento protestare la mia costola incrinata.
« E’ l’ora delle medicine signorina Isabella» si avvicina al comodino e prende il bicchiere d’acqua e un paio di pillole che prima non avevo visto.
Mi fido e non faccio resistenza ad aprire la bocca e ad accoglierle sulla lingua quando le sue dita lunghe e affusolate me le poggiano sulle labbra.
Con mano ferma mi avvicina il bicchiere d’acqua, mi solleva delicatamente la nuca prendendola da dietro e mi fa bere un sorso.
Il tutto si svolge in un dolce silenzio. E io gusto fino in fondo l’attimo che mi viene regalato. Ogni singolo gesto. Le sue espressioni. Il suo fresco profumo.
Finita l’operazione antidolorifici, prende lo sgabello, lo avvicina al letto e si siede.
«Vogliamo assaggiare la specialità del giorno signorina? »
Sentiamo il mio stomaco brontolare vivacemente; credo la risposta sia evidente ad entrambi. Sorrido, un po’ imbarazzata.
«mi sembra di si … torno subito. Aspettami qui eh» e mi fa l’occhiolino.
Annuisco spensieratamente. Come si fa a non ridere con lui.
Ritorna poco dopo con una scodella fumante e un profumino delizioso. Ha in mano un cucchiaio e un bavaglio a quadretti bianchi e rossi che mi ricorda tanto le tovaglie della locanda. Mi sembra sia passata una vita dall’ultima volta che le ho viste, saranno invece passati -quanti? - solo uno o due di giorni. Credo.
Mentre viaggio nei miei pensieri, lui si avvicina un po’ di più. Mi alza leggermente il capo e posiziona con maestria un secondo cuscino in modo che io possa stare leggermente più in alto, ma senza provare dolore. Poggia con gentilezza il bavaglio sul mio dorso e inizia ad imboccarmi. Prima di avvicinare il cucchiaio alle mie labbra ci soffia dentro.
Mi sento una bambina amata.
Inghiottisco la prima cucchiaiata con estrema gratitudine. Sento salirmi un groppo in gola, ma cerco di non farglielo capire. Mi stanno, però, venendo gli occhi lucidi.
Edward si ferma con il cucchiaio a mezz’aria.
«Bella, devo avvisare qualcuno … sul fatto che sei qui intendo». La sua voce, sempre pacata e paziente, ha ora una nota di nervosismo al suo interno.
Inghiottisco il groppo in gola e ricaccio immediatamente indietro le lacrime.
« No. Nessuno» rispondo sicura.
Lui continua ad imboccarmi. Cucchiaio dopo cucchiaio, soffio dopo soffio, accolgo con devozione le sue gesta. E la sua discrezione.
«Beh, mi sembra di capire che come cuoco non faccio proprio schifo» proclama fiero quando la scodella resta vuota.
«Assolutamente. Era delizioso» confermo.
«Bene, adesso creda sia il caso di riposare » annuncia con un sonoro sbadiglio.
Raccoglie il bavaglio e, ancora con la scodella in mano, inizia a far leva sulle gambe per alzarsi.
Con quel che resta della mobilità della mia mano, tocco istintivamente le sue dita appoggiate alle lenzuola vicino alla mia gamba. Le stringo come se mi fossi aggrappata alla mia ancora di salvezza. E forse così è.
Sentire la sua pelle mi provoca un’immediata sensazione di caldo interiore.
« Edward. Grazie.» dico con voce rotta.
«Di niente piccola. Riposa.».
E, chiusa la luce, mi lascia sola con tutti i pensieri e le angosce ancora radicati nel mio animo.
Quella notte sogno due angeli, un uomo e una bambina, che si tengono per mano e mi sorridono dolcemente.
***
Sono ancora nel mio mondo perfetto quando mi sento avvolgere il braccio da qualcosa che assomiglia ad una fascia. Poi una sensazione di freddo sulla mia pelle.
Puff. Puff. Puff.
Qualcosa inizia a stringermi il braccio e contemporaneamente un tocco delicato mi sfiora il polso.
Apro lentamente gli occhi e vedo Edward, seduto sul solito sgabello, gambe larghe fasciate da un paio di pantaloni da ginnastica grigi, maglietta bianca ad accarezzargli il torace, intento a misurarmi la pressione e i battiti cardiaci.
E’ così concentrato, così professionale. Provo un’ immediata tenerezza e un profondo orgoglio per lui.
E’ davvero un uomo straordinario.
Si accorge che sono sveglia solo quando stacca la fascia dal mio braccio dopo aver registrato i numeri su una cartellina poggiata sulle gambe.
«Scusami, non volevo svegliarti.. » dice dispiaciuto a bassa voce.
« Non fa niente. Di solito mi sveglio molto presto per..» mi blocco immediatamente. Stavo per dirgli del mio lavoro alla locanda, di quel bruto che alle sei mi buttava giù dal letto, il più delle volte con una volgare spinta dicendomi, puntualmente, di non aver mai conosciuto una persona più pigra di me.
«Deformazione professionale. La mia. » conclude lui togliendomi dall’impaccio.
« E’ sua abitudine Dottor Cullen portarsi il lavoro a casa? » lo imbecco.
« No signorina, è la prima volta che mi succede. Ma credevo fosse leggermente più …» pausa d’effetto, occhi azzurri spalancati sui miei «… spiacevole ...» termina con il suo sorriso malizioso e lo sguardo languido.
Rido. Rido!
«Ne sono lieta Dottore »
«Anch’io. Bene, dovrei medicarti i punti, adesso. »
« ok. »
Poggia la cartella, il fonendoscopio e la fascetta della pressione sul comodino. Raccoglie da terra una piccola bacinella di metallo su cui vi è adagiato un paio di pinzette e se la poggia sulle gambe muscolose.
Una luce fioca entra dalla finestra. Credo sia poco più che l’alba. La stanza è illuminata così delicatamente e il dolce chiarore del sole rende i suoi lineamenti ancora più belli. Sembra davvero un angelo.
Lentamente sfila le lenzuola candide e le adagia ai miei piedi. Scopro di avere addosso un paio di boxer Calvin Klein e il mio reggiseno bianco.
Arrossisco al pensiero che sia stato lui a vestirmi, dopo avermi recuperata dall’acqua e dopo la routine degli esami ospedalieri.
Avvicina la mano ai boxer e infila due dita all’interno dell’elastico. Vengo scossa da un forte brivido.
Li cala leggermente e mi scopro ansimante.
« Ti donano » dice accompagnando il suo gesto.
Vengo riscossa dalla sua voce vibrante. Mi sto sentendo male. Lui mi sta fissando. E io ho così caldo.
«Tranquilla, basta così ». E’ di nuovo concentrato sui boxer. Le sue dita si fermano. Non si vede la mia nudità, ma io mi sento completamente esposta a lui. Potrebbe farmi qualsiasi cosa, in questo momento, e io l’accetterei di buon grado.
Sento, per la prima volta in vita mia, il desiderio verso un uomo.
Con gesti sicuri toglie un evidente cerotto dalla mio inguine. Sotto vedo una ferita abbastanza grande.
Raccoglie la bacinella dalle gambe e la poggia sul letto. Seguo ,rapita, i suoi movimenti esperti.
Le pinzette stringono una garza e la imbevono di un liquido color ruggine. Poi, molto delicatamente, Edward colora la mia ferita accarezzandola con la garza.
Mentre lo fa mi rassicura, «ti ho dovuto fare otto punti, ma non ti resterà il segno, non preoccuparti. Ho cercato di farli il meglio possibile ».
« Non c’è problema. Davvero. » lo tranquillizzo. Tanto non credo qualcuno vedrà mai il mio inguine, vorrei aggiungere. Qualcuno tranne lui, specifica una voce sbarazzina nella mia testa.
Finita la medicazione, mi posiziona un nuovo cerotto. E i boxer tornano al loro posto.
«Mi dispiace non aver avuto biancheria femminile..non sono abituato ad avere donne in casa..quindi ho dovuto per forza usare la mia perché la tua era completamente fuori uso». Forse dovrei ringraziarlo per questo chiarimento, ma solo l’idea che sia stato davvero lui a vestirmi dei suoi boxer mi manda su di giri.
Meglio. Non. Dire. Niente.
Annuisco, è l’unica cosa che mi concedo di fare. Spero di non offenderlo. Ma, se è intelligente come io sono sicura che sia, ha capito il mio disagio. O forse ha intuito ben altro.
Raccolte tutte le cianfrusaglie da medico si allontana. Poi si blocca e si volta, lo sguardo leggermente confuso è rivolto più al muro alle mie spalle che ai miei occhi.
«Ovviamente ho dovuto anche..pulirti … tanto per essere onesti. Ecco.» e se ne và.
Fantastico. Proprio fantastico.
***
E’ passata una settimana da quando ho tentato il suicidio. E’ passata una settimana da quando sono stata accolta in una casa sconosciuta da braccia gentili che mi hanno fatta sentire giusta, degna. A posto con il mondo e con me stessa. In fondo, non sono un rifiuto come, invece, mi avevano fatto credere.
Stamattina, subito dopo la medicazione e la prova della pressione, Edward ha detto che domani mi farà alzare e potrò fare una doccia. Dio che meraviglia. Sono proprio queste le piccole cose che assapori quando ti rendi conto che non sei in grado di farle per qualche tempo e poi, finalmente, ne hai di nuovo la possibilità.
In questi giorni è stato lui a portarmi in bagno in braccio, lasciandomi solo qualche minuto di privacy per paura di trovarmi a terra svenuta a causa della mia debolezza.
E a passarmi ogni giorno un panno tiepido sul corpo, regalandomi una bella sensazione di pulito e di tenerezza. Oltre a brividi allo stomaco, e non solo, che ho nascosto con cura.
Sarebbe troppo facile amare Edward. Troppo scontato perdere la testa per l’eroe che ha salvato la piccola indifesa e maltrattata.
Non commetterò questo errore. Farò il possibile per tenere sotto controllo le mie emozioni, del resto l’ho fatto per così tanto tempo che mi viene comunque naturale.
Oggi Edward sta preparando un risotto con del pesce fresco che ha acquistato al mercato. Il menù me l’ha esposto di prima mattina dopo aver portato via la colazione dal vassoio che ad ogni risveglio mi poggia sul letto. Sento l’odore di cipolla soffritta e lo sfrigolio degli ingredienti man mano che vengono aggiunti. Immagino le sue mani mentre prendono il cucchiaio in legno e mescolano i chicchi nella padella. Lo sguardo concentrato, come ogni volta che fa una cosa che richiede attenzione. E’ preciso e meticoloso, come se ogni cosa che fa facesse parte del suo lavoro di medico, dove l’attenzione non può mai venire meno.
Lo sento fischiettare e sorrido tra me e me. Come faccio a non innamorarmi di lui?
Sarà così difficile andarsene da qui. E da lui, quando mi sarò ripresa.
Arriva baldanzoso. Da una paio di giorni ho un cuscino dietro la schiena e sto in posizione seduta senza provare dolore. Un po’ grazie alle medicine, ma anche il tempo e le cure del mio bravo dottore hanno il loro merito.
« Eccoci qua. Il Cullen Hospital è lieto di offrire il pranzo ai suoi degenti»
«mmm … ha davvero un profumo invitante. Deve fare i complimenti al suo staff Dottor Cullen. Secondo me almeno la cuoca merita un aumento». Il fatto che io abbia ingenuamente usato il genere femminile non credo sia passato inosservato. La cuoca ero io, fino pochi giorni fa.
Si accomoda vicino al letto sul solito sgabello e mangiamo insieme. E’ di ventata una bella abitudine degli ultimi giorni quella di condividere i pasti.
«Lavoravo in una locanda » spiego senza che lui mi chieda niente.
« Lo so » risponde lui spiazzandomi. Tra un boccone e l’altro continua, io con la forchetta in mano immobile come una scema.
«Ti ho vista il giorno in cui sono arrivato. Prima di trovare l’ospedale mi sono fermato a pranzo e tu sei comparsa dalla cucina e hai servito qualche tavolo prima di sparire di nuovo tra i fornelli ».
Deve essere stato il giorno in cui la cameriera si era tagliata con un coltello, penso. Avevano chiesto a me di sostituirla in fretta e furia intanto che le veniva lavata e medicata la ferita. Non avevo avuto il tempo nemmeno di cambiarmi o di nascondere il livido vicino all’occhio, ricordo. Mi auguro lui non se ne sia accorto. Ma ne dubito.
« Si, cucinavo e servivo a seconda di quel che era necessario» spiego. Quel giorno devo aver tenuto lo sguardo davvero basso per non aver notato Edward.
« Beh, cucini molto bene. Il pranzo di quel giorno ha avuto un peso non indifferente sulla mia decisione di lavorare in questa landa desolata» aggiunge serafico.
Sorrido a mo’ di ringraziamento, ma, senza dire nulla, mi rifugio con lo sguardo sul riso che sto raccogliendo dal piatto. Sono troppo concentrata nel sperare che davvero lui si ricordi di me e della locanda per il pranzo e non per l’occhio nero che avevo quel giorno.
Il silenzio prolungato tra di noi mi fa credere che le speranze siano piuttosto vane.
E, infatti, quando apre bocca, non ho più dubbi sulla sua lungimiranza.
« Vuoi raccontarmi qualcosa? Vuoi dirmi … perché? »
Continuo a mantenere lo sguardo basso un po’ per l’imbarazzo, un po’ per la rabbia che provo per me stessa, una persona senza un briciolo di dignità e di forza per combattere, e per quel cane che mi ha portata ad essere quella che sono.
«Preferirei non parlarne» chiudo, senza lasciare spiragli di conversazione.
«Certo, ovvio.» ribatte Edward, ma il tono della sua voce ha qualcosa di amaro.
Decido di lasciar passare qualche minuto perché la tensione si sciolga, poi ho un flash. Un’immagine di Edward che si allontana e quel volto di bambina sul polpaccio. La tunica. Le ali. Bella.
«Edward, cosa rappresenta quella figura che hai tatuata sulla gamba? » chiedo con finta innocenza.
Non risponde subito. Lentamente poggia la forchetta sul piatto ancora pieno a metà. Alza piano lo sguardo e poggia quelle due gemme grigio azzurre sul mio volto. Le conficca dentro ai miei occhi.
Scandisce bene le parole, in modo che io possa assaporare fino in fondo il loro significato, ma soprattutto quello che vi sta dietro.
«Preferirei. Non. Parlarne. » si alza, mi volta le spalle e, a passo veloce, và verso la cucina. Sento appoggiare il piatto sul tavolo, o su un mobile non lo so, non con la sua abituale grazia.
Pochi istanti dopo lo vedo ricomparire con le chiavi dell’auto in mano. Non si gira a guardarmi quando, aperta la porta d’ingresso, mi informa che esce a prendere un po’ d’aria.
Il motore romba e, dal rumore delle ruote che sgommano sulla ghiaia, credo parta non troppo docilmente.
Sono ufficialmente una stronza.
Ha usato le mie stesse parole, mi ha pagato con la stessa moneta. E dannazione, non avevo capito quanto questo mio silenzio potesse essere pesante per lui. Solo ora che Edward ha riservato lo stesso trattamento a me, capisco quanto si possa sentirsi feriti quando chi hai davanti ti piazza, senza un minimo di delicatezza, il suo muro. Un muro che pensavi di poter abbattere o dove pensavi di poter aver fatto breccia, almeno per sbirciarci dentro un pochino.
***

Non so da quanto tempo sono sola nella sua casa. So solo che per tutto il tempo ho cercato le parole per scusarmi, per recuperare in qualche modo la sua fiducia, il suo rispetto. Il suo sorriso.
Posso farlo. Devo farlo.
Mi sento soffocare dalla sua assenza e vengo presa dall’ansia quando, al calar del sole, non ho ancora sentito la macchina rientrare, né la porta aprirsi.
Ho scansionato tutta la mia vita fotogramma per fotogramma e ha fatto un male cane rivedermi stretta in un angolo piena di paura e in attesa di ricevere ancora un calcio. O sul letto sotto al suo peso a sopportare ancora una volta le sue invasioni.
Solo quando ho esaurito le energie per sopportare altri ricordi, vedo attraverso le finestre due fari avvicinarsi ed illuminare l’atrio.
Dio ti ringrazio.
La portiera di un’auto viene sbattuta con poca forza. Poco dopo una chiave si infila nella porta.
Due spalle curve, che non riconosco, su cui poggia una camicia bianca sudata e sgualcita, fanno un mesto ingresso in scena.
« Mi picchiava» dico senza pensarci e senza prendere fiato «lo faceva forte, duro e spesso. Quasi ogni giorno trovava un motivo per prendermi a schiaffi o a sberle o a calci. ».
La mia voce è decisa, calma, ma alta. Il volume che uso è molto elevato perché devo essere sicura che lui mi stia ascoltando. Non ripeterò più, mai più, a nessuno, quello che sto per raccontare a lui adesso.
Edward mi dà ancora le spalle ed è immobile sulla porta d’ingresso.
Continuo senza ragionarci su, «sono scappata di casa appena quindicenne per evitare percosse e attenzioni particolari di mio padre e da allora ho vissuto nella casa dietro la locanda. Lì ho lavorato come cuoca, lavapiatti, cameriera ogni giorno della mia miserabile vita. Oltre ad essere stata la serva e la concubina dell’uomo che mi ha raccolta per strada quando ero ancora bambina».
Le lacrime iniziano a scendere e la voce si rompe. Non ho più la scurezza di qualche minuto fa. Non so se ce la farò a raccontare tutto.
« Continua. Ti prego.» la sua voce è incrinata. E’ ancora fermo. Paralizzato.
Mi sento sconfitta dal dolore, ma proseguo nel mio penoso riassunto di vita
«Quel giorno, quando eravamo sulla scogliera, ero stata sbattuta fuori di casa. Il giorno prima avevo combinato un guaio ed ero stata punita, come al solito. Ma quella mattina aveva giocato pesante togliendomi tutto quello che avevo. La casa, il lavoro, i pochi abiti e i libri che mi ero comprata nascondendo qualche spicciolo al mese. Non avevo più niente. Non mi restava più niente. Ed ero stufa Edward. Dio, ero stufa e stanca. Stanca di lottare, di sopportare e di sperare. Stanca di tutto. Così la soluzione l’ho trovata davanti a me. Non so come sono arrivata sul quel precipizio, ma appena ho guardato giù ho capito cosa dovevo fare. ». Mi fermo aspettando qualsiasi cosa da lui, un gesto, una parola, un cenno con il capo. Ma niente. Lui non fa assolutamente niente.
Così concludo «poi sei arrivato tu. E tutto, tutto è cambiato».
Solo in quel momento Edward solleva le spalle. Toglie la chiave dalla serratura e a grandi passi si avvia verso il bagno. Nel silenzio che invade la casa sento aprirsi l’acqua della doccia.
Pochi minuti dopo l’Edward che io conosco, stanco ma sereno, si avvicina.
Indossa solo i suoi pantaloni della tuta grigi. Il torace duro e perfetto è scoperto. Ed io mi sento mancare quando il suo profumo fresco e pulito mi raggiunge.
Si siede sul bordo del letto dove vivo ormai da un po’ di tempo e, con un cenno del capo, mi invita a spostarmi.
«Fammi un po’ di posto, per favore ».
Lo accontento all’istante facendo attenzione a non sollecitare troppo il mio corpo. Il letto è singolo, ma Edward si distende vicino a me. Fa passare il suo braccio dietro la mia testa. L’altro se lo posiziona a mo’ di cuscino sotto la sua. Appoggia con grazia la mano sulla mia spalla. Scendiamo un po’ più giù all’unisono,trovandoci distesi e abbracciati nella penombra data dalla luce della cucina che Edward ha lasciato aperta, forse non troppo accidentalmente, ancora prima di uscire stamattina.
Poso il capo sul suo torace e inspiro il suo odore. Sa si buono, sa di uomo. Sa di Edward.
Sento il suo cuore battere forte e credo di non essere mai stata così felice in vita mia.
« E’ mia sorella. O meglio, era mia sorella » la voce di Edward rompe l’idillio delle mie fantasie.
Alzo lo sguardo e lo trovo con gli occhi chiusi. La mascella contratta mi fa capire che costa caro anche a lui parlare. Aspetto i suoi tempi con tutto il rispetto che merita.
«Aveva diciassette anni quando è morta. Aveva una malformazione cardiaca congenita che abbiamo scoperto poco dopo la sua nascita. Io avevo vent’ anni quando è nata. I miei genitori hanno atteso un bel po’ per fare il bis. L’avevano chiamata Isabella, ma per me è stata sempre e solo Bella. Coincidenza? Destino? Sì, me lo sono chiesto anch’io. Non lo so. Non lo so davvero» scuote la testa ma subito continua, forse per non perdere coraggio. Esattamente come era successo a me poco prima.
« Ho studiato medicina per poter avere tutte le informazioni possibili su questo tipo di malattia. Ho preso la specializzazione in cardiochirurgia e ho fatto gli stage nei più famosi ospedali del mondo per trovare una cura, un rimedio. Una speranza. L’ho portata con me a New York e a Losanna dai più esperti chirurghi, ma non facevano che risponderci che era questione di tempo. Che Bella non avrebbe sopportato interventi e che dovevamo lasciarla vivere in pace. Negli ultimi anni ho visto operare e operato io stesso un sacco di pazienti. Adulti, bambini, giovani, anziani. Tanti erano casi disperati, eppure in molti ce l’hanno fatta. Possibile che mia sorella non potesse avere almeno una possibilità? ».
Sento un nodo alla gola «Edward io.. » mi interrompe, forse non ha nemmeno sentito la mia voce.
«Non mi davo pace e avevamo deciso, assieme a lei e ai miei genitori, di provare ugualmente l’intervento. L’avrei operata io assieme ad un’equipe di medici di tutto rispetto. Lei si fidava di me. Ciecamente. »
Vorrei trovare le parole adatte per fargli capire che ci sono. Che sono pronta ad accettare la parte di dolore che vorrà donarmi , che può riversarlo su di me. Ed io ne sarò la custode gelosa.
Ma non parlo. Credo che qualsiasi cosa detta sarebbe inutile in questo momento. Allora attendo, come lui ha atteso me, prima.
«Era tutto pronto. Un paio di giorni prima dell’intervento avevamo deciso di portare Bella al mare. Lei lo adorava », un sorriso dolce increspa le sue labbra, «mio padre aveva preso in affitto una piccola barca a vela e le abbiamo fatto fare un giro in mare aperto. Purtroppo è stata fatta la cosa sbagliata nel momento sbagliato. Un temporale improvviso ha iniziato ad agitare il mare. Bella non sapeva nuotare, il mare era molto mosso e in un attimo è volata giù dallo scafo. Le urla di mio padre e mia madre erano più forti dei tuoni arrivati sopra di noi in pochi minuti …»
Affondo la testa nel suo petto. Spero lo recepisca come un abbraccio.
«… ho aspettato un attimo di troppo. Quando mi sono tuffato lei non c’era. Non la vedevo da nessuna parte. Sono stato in acqua non so quanto tempo, riemergevo tra le onde sempre più alte, prendevo quel poco di fiato che riuscivo e tornavo sotto. Ma niente da fare.»
Mi sento sopraffare dall’angoscia e dal dolore, ma voglio che continui e che butti fuori tutto quello che tiene segregato tra il cuore e lo stomaco.
«Il mare ci ha restituito il corpo solo una settimana dopo. Da quel momento ho deciso che non avrei più operato. Non avrei mai potuto. Un anno dopo l’incidente ho ottenuto il trasferimento nel Pronto Soccorso di questo ospedale. Il resto, più o meno, è storia di ordinaria amministrazione » conclude stropicciandosi gli occhi con la mano che fin poco prima dormiva sotto la sua testa.
Non so se ha cancellato le lacrime, o se erano solo i ricordi rivisti con la mente a bruciare. I miei occhi, e di questo sono sicura, sono colmi di pianto. Per la sua sofferenza, per il suo rimpianto. Per tutto quello che ha dovuto sopportare e con cui deve fare i conti, ogni santissimo giorno della sua vita.
Ci addormentiamo in silenzio, vicini in questo letto minuscolo, riscaldati e rincuorati dal nostro reciproco abbraccio.
Non siamo più da soli.
Siamo due anime malconce che il destino ha voluto far incontrare, forse, per lenire le reciproche sofferenze.
***
Sento Edward sbadigliare e togliere lentamente il braccio da sotto le mie spalle. Mi sveglio e spalanco gli occhi su quella meraviglia di uomo mezzo nudo disteso al mio fianco.
«Ops, non volevo svegliarti ».
Con un finto sbadiglio cerco di nascondere la gioia nell’averlo ancora così vicino, «non fa niente Dottore, buongiorno.»
«Buongiorno a te.. colazione a letto? »
Sorrido imbarazzata per il pensiero poco innocente che mi ha appena attraversato la mente alla parola letto, a cui avrei volentieri accostato un altro verbo.
«Ottima idea Dottor Cullen, ma oggi vorrei venire in cucina a mangiare, se per lei va bene »
« certo! Credo sia giunto il momento di alzare le chiappe dal materasso.. » rido nel sentirlo parlare con tanta semplicità e confidenza «ehm, scusa di primo mattino le mie sinapsi cervello-lingua sono decisamente rallentate » si corregge passandosi le dita tra i capelli.
«Fatti più in là Dottore …» lo spingo via scherzosamente.
In un attimo Edward scende dal letto e vi si piazza davanti a gambe larghe. Molto più lentamente, io muovo le gambe e le faccio scendere dal materasso. Poggio il piede buono a terra e, con molta cautela, avvicino ai palchetti quello con il tutore.
Edward mi porge le mani, e afferro volentieri le sue braccia, per trovare il coraggio e la forza di raggiungere la posizione verticale che ho lasciato in standby per qualche tempo.
Prendo lo slancio, faccio presa sui suoi avambracci tesi, e mi alzo. Edward sostiene molto facilmente il mio peso. Non percepisco alcuna difficoltà da parte sua nel tenermi in equilibrio mentre la mia testa si lancia in un twist scatenato.
Appena riapro gli occhi e sento che il capogiro è terminato, inspiro e lascio il suo sostegno.
Sono in piedi. E non provo dolore. Dio, è meraviglioso.
«Ferma qui» mi esorta Edward. Si allontana di qualche passo e torna con un paio di stampelle.
«Solo per qualche giorno. Il tempo necessario per abituarti a camminare di nuovo .. ok? »
Le accetto volentieri, un aiuto in più non guasta. Vorrei evitare di finire spiaccicata al suolo al primo passo da sola.
Posiziono le stampelle e, con Edward sempre al mio fianco, cammino, o meglio saltello, fino alla cucina.
Sono stanchissima quando mi siedo sulla sedia. Mi sembra di aver fatto chilometri, invece, guardando la distanza che ho percorso dal letto, noto che saranno a malapena tre metri.
Sono davvero una frana!
Mi distraggo osservando Edward alle prese con la colazione. Finalmente posso guardarlo mentre cucina. E fischietta.
Il profumo del caffè e delle fette tostate è così invitante che il mio stomaco brontola sonoramente.
« Arrivo … arrivo! » sorride Edward.
Che scemo che è, il mio Dottore.
La tazza con il caffè fumante e alcune fette calde con la marmellata vengono appoggiate sul tavolo.
Due tovagliette americane verdi, nuove di zecca, vengono srotolate.
Adoro le sue attenzioni. Adoro che abbia sostituito i tovaglioli a quadretti bianchi e rossi.
«Grazie»
«non hai ancora assaggiato nulla, magari oggi il caffè fa schifo» risponde lui facendo l’occhiolino
«altamente improbabile» replico, mentre addento la prima fetta tostata.
Iniziamo a mangiare seduti di fronte, ci scambiamo qualche sguardo complice, ma non accenniamo al discorso di ieri sera. Né a stanotte.
Nel silenzio rotto solo dal cinguettio degli uccelli fuori dalla finestra, Edward mi coglie di sorpresa quando, con un pezzo di pane ancora in bocca, sussurra
« Scioglili»
«cosa? » chiedo. Non ho davvero capito a cosa si sta riferendo
«i capelli … ti stanno bene … sciolti »
Il sorso di caffè che ho appena immesso in bocca rischia di schizzare fuori di getto.
Tossisco perché mi è andato di traverso. Edward ridacchia, ma ammutolisce all’istante, quando vede la mia mano avvicinarsi all’elastico e liberare la treccia fatta in velocità poco prima di scendere dal letto.
Ho lo sguardo abbassato sulle mie gambe quando sento la sua sedia muoversi.
«Vado a farmi una doccia».
Ed è già in bagno quando rispondo
«ok, certo».
Ovviamente non finisco la mia colazione, sono troppo agitata. Edward rimane chiuso in bagno per diversi minuti, sotto lo scroscio della doccia.
Decido che stare ferma sulla sedia mi farà impazzire,allora prendo le stampelle e tento di alzarmi.
Appena mi rimetto in piedi, un forte giramento di testa diventa la mia unica realtà.
Non capisco più niente e, per non finire a terra, cerco sostegno sul tavolo. Mi aggrappo alla tovaglietta verde e faccio cadere tutto quello che vi sta sopra.
Mentre riprendo lucidità sento la tazza e il piatto andare in mille pezzi.
Vorrei inginocchiarmi a terra per raccogliere i cocci e pulire il casino che ho combinato, da perfetta stupida quale sono, ma sento Edward avvicinarsi con rapidità e io sono così dannatamente lenta nel fare i movimenti.
«Bella … Bella! » urla. La sua voce è sempre più vicina e mi sento mancare l’aria.
Quando è di fronte a me, istintivamente porto le braccia a proteggermi il viso. Ansimo forte. Sono terrorizzata. Il mio incubo ritorna e sento le imminenti percosse e le sue parole crudeli come fosse qui in questo preciso istante.
Ma quello che sento, oggi, non è un calcio o uno schiaffo. Un dito delicato mi accarezza la ciocca di capelli che riposa sopra le mie mani.
La mia pelle viene sfiorata dal suo calore. Il cuore viene riavviato dalla sua voce.
«Bella. Non tutti sono dei mostri. Io non sono un mostro».
Abbasso le mie difese e guardo i suoi occhi tristi. E’ bagnato fradicio e coperto solo da un paio di bermuda che cadono morbidi sui fianchi.
«No tu non lo sei» dico convinta. E mi tuffo contro il suo petto. Piango stretta fra le sue forti braccia.
Ora mi sento al sicuro. Il battito del suo cuore, il suo odore, il suo respiro tra i miei capelli.
«Nessuno ti farà più del male, te lo prometto» mi rassicura baciandomi la testa.
A quel tocco alzo d’istinto lo sguardo.
I nostri nasi si sfiorano.
I respiri si fanno più ravvicinati. Più corti.
Sento il cuore esplodermi nel petto, quando le sue labbra morbide toccano le mie.
Chiudo gli occhi per assaporare questa sensazione di beatitudine. Impavida come non sono mai stata, apro leggermente le labbra per assaggiare le sue. Il bacio che Edward mi regala è la cosa più erotica che abbia mai provato in vita mia.
La sua lingua accarezza la mia e, insieme, danzano immerse in una melodia che le orecchie non colgono.
Sono completamente persa per lui e in lui.
Mai, in tutte le volte che quel bastardo si è avvicinato, mi ha donato una parte così intima di sé. Non ero a conoscenza che un bacio potesse far provare emozioni così forti e totalizzanti.
E non ho ancora provato niente.
Edward mi stringe forte e mi sento bruciare dentro da un fuoco che non so riconoscere.
Vengo alzata di peso e raccolta in braccio. Mi porta sul letto. Non sul mio letto. Sul suo letto. In camera sua. Un letto matrimoniale. Grande, profumato di bucato. Soffice.
Vengo adagiata sopra le lenzuola bianche con infinita attenzione.
Apro le braccia in segno di richiamo e di assenso. Lo voglio sopra di me. Ancora. Sempre.
Edward sorride al mio gesto. Gli occhi gli brillano. Scende adagio e la sua bocca si impossessa della mia, prima dolcemente, poi, con sempre più enfasi.
Le sue mani, grandi e delicate, esplorano il mio corpo facendomi ansimare ripetutamente.
Le sue dita allentano l’elastico dei boxer che indosso, non ho accettato la sua proposta di comprarmi biancheria intima. Lentamente vengono calati e io ho un sussulto.
Quando rimango completamente nuda e anche lui, davanti ai miei occhi, si toglie i pantaloni, rischio di esplodere.
Niente biancheria intima per il Dottor Edward Cullen.
«Bella» pronuncia il mio nome con un affetto e una dolcezza che non avevo mai sentito in un uomo, e neanche in una donna, a dire la verità.
«Zitto Dottore» lo interrompo appoggiando la bocca sulla sua e imprigionando le sue labbra e la sua lingua ancora una volta. Nessun dubbio in questo momento. «Solo noi. »
Solo noi, Edward.
Quando Edward entra dentro di me e inizia a muoversi, capisco, per la prima volta in vita mia, cosa significhi fare l’amore con qualcuno.
La comunione, la condivisione che sento, il fuoco nelle vene, il cuore che mi pulsa nel petto e rischia di scoppiare.
L’aria che mi manca, la fame di lui e dei suoi baci.
La voglia imperiosa delle sue carezze. I suoi capelli attorcigliati tra le mie dita, stretti forte mentre mi inarco per donargli la parte più profonda di me. Il bisogno dei suoi respiri eccitati e dei sordi grugniti quando le spinte si fanno più forti.
Lo squilibrio totale tra realtà e sogno quando grido il suo nome invasa da una sconosciuta estasi.
Questo è fare l’amore con qualcuno.
E questa, signori, è davvero una gran scoperta.
Quando, sfinito, appoggia la fronte sudata sulla mia, lo stringo forte a me.
Ha un corpo meraviglioso. Sodo, caldo, forte. Io lo adoro.
«Non so se ti ha mandata lei, non so se è destino o semplice fatalità … » dice con il volto affondato nel mio collo «… so solo che sei un grande dono Bella»
«no Edward. Tu lo sei. Perché avevi ragione. C’è una via d’uscita. C’è una possibilità. Tu sei la mia possibilità».
Passiamo l’intera giornata a letto. Nel suo letto. Tra coccole, carezze. Discorsi più o meno seri. Facciamo l’amore ancora e ancora, finché, sazi di noi, ci addormentiamo abbracciati.
E’ tardo pomeriggio quando decidiamo di alzarci per mangiare qualcosa.
Edward mi aiuta a rivestirmi e mi porta in braccio in cucina, dove sono rimaste le stampelle. E i resti del mio disastro ancora a terra.
«Non pensarci neanche» brontola Edward che ha colto la mia intenzione di raccogliere e pulire.
Sto per rispondergli a tono quando sentiamo qualcosa vibrare sul tavolo.
E’ il cellulare di Edward. Quando lo raccoglie ha già smesso di vibrare. Visualizza il numero in entrata e lo vedo incupirsi.
«Diciotto chiamate perse dall’ospedale. Scusa un attimo, credo di dover richiamarli »
« Certo, figurati » lo tranquillizzo, sperando che non si tratti di nulla di troppo grave, visto che sono stata la causa principale della sua disattenzione.
« Dottor Cullen » esordisce in tono professionale.
Dall’altra parte della linea qualcuno sta sfiorando il monologo perché Edward rimane muto in ascolto. Scorgo le sue espressioni prima vagamente stupite, poi corrucciate, poi decisamente meravigliate.
« Non capisco cosa cazzo siano venuti a fare fin qui. Comunque d’accordo. Arrivo.» e chiude la telefonata.
Muoio dalla curiosità di a sapere di cosa si tratta, ma Edward è ancora sopra pensiero e non proferisce parola. E certamente non sarò io ad invadere il suo spazio. Cerco di farmene una ragione, ma a vederlo pensieroso con il telefono in mano, in piedi davanti a me, mi sento così estranea a lui e alla sua vita.
Come risvegliato da un sonno, di scatto appoggia il telefono sul tavolo e si avvicina al mio volto. Mi regala un leggero bacio sulle labbra.
« Devo andare un attimo in ospedale. C’è stato un imprevisto e devo capire di cosa si tratta. Ti prometto che in massimo un paio d’ore sarò di ritorno» spiega.
« D’accordo. Non preoccuparti, me la caverò alla grande … » lo rassicuro, grata per non avermi messa da parte. Almeno non completamente.
Mi scocca un altro bacio e corre a cambiarsi.
Quando se ne và, dopo avermi fatto promettere di non pulire la cucina, oltre a mille altre raccomandazioni, mi sento improvvisamente sola e spaesata.
Non so quanto ci metterà Edward a ritornare, ma certamente non posso aspettarlo seduta a questo tavolo.
Con estrema attenzione, visto che il danno l’ho già ben che fatto per oggi, mi alzo con l’aiuto delle stampelle e inizio a vagare per casa.
Guardo con attenzione i quadri appesi alle pareti, quasi tutti raffiguranti angeli perfetti e innocenti.
Vedo anche appesi, in un angolo, gli attestati di Edward. La sua laurea con lode, la specializzazione in cardiochirurgia, i master e gli stage a New York, Boston, Roma, Zurigo.
Sulla piccola scrivania posizionata sotto ai tanti certificati, sono riposti ordinatamente documenti e cartelle.
Solo un foglio spicca tra gli altri perché accartocciato e lasciato a morire da solo al centro dello scrittoio.
Mi guardo intorno con aria colpevole, ma mi convinco che non sto facendo nulla di male, così lo raccolgo. Lo apro delicatamente per non rovinarlo ulteriormente e inizio a leggere.
La mano sale a coprirmi la bocca spalancata in un grido silenzioso quando capisco, tra mille termini incomprensibili e tecnici, cosa c’è scritto.
Edward deve aver fatto qualche scoperta piuttosto importante un paio di anni fa durante un suo dottorato in America. Deve aver pubblicato la sua ricerca su una rivista scientifica. In questa lettera viene caldamente invitato dal Boston Children’s Hospital ad una collaborazione, al fine di ampliare gli ambiti di questo studio e renderlo praticabile nella soluzione di alcune patologie cardiache specifiche.
Sono assolutamente sbalordita, orgogliosa e allo stesso tempo spaventata da questa cosa.
Non so come abbia potuto prendere Edward una notizia del genere, ma, dallo stato in cui si trovava la lettera, non credo proprio entusiasticamente. Come invece avrebbe dovuto.
***
Dopo aver letto e riletto la lettera, dopo aver lisciato il foglio ed averlo portato sul tavolo della cucina, dopo aver raccolto i resti del mio disastro e aver pulito in qualche modo il pavimento, dopo aver guardato almeno trenta volte fuori dalla finestra con la speranza di intravedere l’auto di Edward avvicinarsi, decido che è tempo di andare in doccia.
Non potendo togliere il tutore senza permesso e non potendolo bagnare, lo copro utilizzando una borsa di plastica che trovo sotto al lavandino della cucina. Non è molto fashion, ma certamente utile all’uso.
Il getto d’acqua calda che mi cade addosso è decisamente rilassante.
Mi abbandono alla sensazione piacevole dimenticando per un attimo il discorso che devo fare a Edward e ripercorro il nostro incontro ravvicinato di qualche ora fa.
Non sento la porta aprirsi, né i passi di Edward quando entra in bagno.
Sento però l’aria fresca accarezzarmi la schiena quando le ante della doccia si aprono e capisco che è arrivato da me.
Mi volto felice di averlo di nuovo qui.
I suoi occhi azzurro grigi mi guardano lascivi. Il quadro perfetto è completato dal suo delizioso sorriso.
«Complimenti per la calzatura … davvero notevole» mi prende in giro.
«Grazie Dottore, pensavo proprio di proporla come prototipo a quel famoso stilista di scarpe … Jimmy qualcosa …» dico sciacquandomi i capelli dallo shampoo.
«Jimmy Choo» precisa lui « potresti si, farebbe furori».
Poi è un attimo. Edward si toglie le scarpe usando solo i piedi.
«Oh Dottor Cullen non vorrai mica …» come risposta vedo le calze volare in aria e, a piedi nudi ma completamente vestito, mi raggiunge sotto l’acqua.
«Tu sei veramente pazzo !! » urlo quando mi spinge in là ed entra in doccia.
«Oh si … non sai quanto » ridacchia di rimando.
Mi fa morire dal ridere vederlo così zuppo e mi viene da pensare a quanto è diversa ora la situazione tra di noi rispetto all’ultima volta in cui eravamo così vicini e bagnati.
Mossa da un’audacia che non sapevo di avere, inizio a sbottonargli la camicia.
Lui mi aiuta sfilandosela e lasciandola cadere sul pavimento del bagno schizzando ovunque.
Mentre mi bacia e le sue mani sfiorano la mia schiena in una morbida carezza, gli slaccio i pantaloni e li faccio scendere un po’.
«Complimenti per i boxer. Ottima scelta» lo canzono quando mi rendo conto che sono gli stessi Calvin Klein che aveva fatto indossare a me il giorno in cui sono arrivata a casa sua.
«Stanno molto meglio a te, fidati» ribatte con voce roca, togliendosi tutto e mandando pantaloni e boxer a far compagnia alla camicia.
Con grazia mi volta. Gli porgo la schiena e sento chiaramente il suo desiderio contro di me. Ma non avevo bisogno di questo segnale per accendermi. La combustione interna è già iniziata da un po’ e, per qualche strana legge fisica o chimica, l’acqua che ci bagna non spegne il mio fuoco interno, ma lo alimenta ogni minuto di più.
Edward raccoglie il flacone del doccia-schiuma e se ne versa qualche goccia sulle mani. Le friziona tra di loro creando una soffice schiuma. Inizia, poi, a massaggiarmi il collo, le spalle, le braccia.
Scende sui fianchi, sui glutei, sulle cosce. Accarezza l’interno delle gambe.
Lentamente, molto lentamente, risale e la schiuma, sempre più abbondante, viene spalmata sul mio dorso e sui seni, dove Edward si ferma con attenzione e devozione.
Inizio ad ansimare, aumenta la frequenza del mio respiro. Sento che Edward è allo stesso punto.
Allora mi giro. La sua bocca mi divora e le mani catturano in una morsa le mie gambe. Un leggero movimento verso l’altro e mi ritrovo in braccio, completamente in suo possesso.
Dolcemente mi adagia con la schiena sulla parete umida e fredda della doccia, il brivido che provo al contatto delle piastrelle non è niente in confronto a quello che sento quando Edward ed io diventiamo una cosa sola.
L’acqua è già diventata fredda quando mi aggrappo forte ai suoi meravigliosi capelli e perdo la cognizione di tempo e luogo. Pochi istanti dopo, con il volto affondato nel mio collo, lo sento grugnire il mio nome. Quella che mi invade è una sensazione di completa appartenenza.
Appena i nostri respiri si placano, Edward scioglie la presa e mi appoggia delicatamente a terra.
Un ultimo bacio prima di uscire, coprirsi con un asciugamano e avvolgermi con il suo accappatoio.
Dio, come farò a lasciarlo andare? Come farò a vivere senza di lui?
«Fai con calma, ti aspetto in cucina» dice chiudendo la porta e mimando un bacio, lasciandomi il tempo di raccogliere le forze e i pensieri.
Tampono rapidamente i capelli, indosso l’ennesimo paio di suoi boxer e una sua maglietta. E’ grande per me, ma ho bisogno di sentirmelo ancora addosso.
Tolgo il mio prototipo per Jimmy Choo e afferro le stampelle. Un respiro profondo a scandagliare il mio interno in cerca della sicurezza che non ho. E’ ora di fare la mia parte per lui.
Quando, non troppo silenziosamente, arrivo alla porta della cucina, lo trovo indaffarato a tagliare alcune verdure.
Ha i suoi pantaloni grigi della tuta calati sui fianchi. Il torso ancora nudo, come piace a me. I capelli arruffati ancora umidi. Davanti a questa visione mi tremano le gambe. Non avrò mai il coraggio di parlargli se lo guardo con questi occhi pieni di desiderio. E amore.
«Vedo che hai mantenuto la promessa eh », il tono che usa esprime il suo completo dissenso pur mantenendo l’ ironia che generalmente usa per riprendermi.
« Se è per questo neanche tu l’hai mantenuta», ribatto, «oh, ti sei fatto perdonare .. ma non pensare che non mi sia accorta della tua lunga assenza».
Sento qualcosa rompersi dentro al pensiero che presto l’assenza diventerà definitiva.
« ..assenza che ti ha dato il tempo di capire cosa sta succedendo, mi sembra » chiarisce, lanciando un rapido sguardo alla lettera appoggiata sul tavolo.
« Sono venuti da Boston fin qui per te » dico annuendo.
« si ».
Cerco di trovare dentro di me il coraggio e la convinzione per dire quello che sto per dire.
Tossisco per schiarirmi la voce, quel maledetto groppo che ho in gola non vuole andarsene.
« Edward … io credo che tua sorella vorrebbe che accettassi quel posto … credo che lei potrebbe rivivere in tutte le persone a cui darai una speranza … credo sarebbe un altro modo per salvarla …».
«Ho deciso di accettare » mi interrompe lui continuando ad affettare.
Il groppo si fa ancora più grande.
« E fai bene» cerco di convincere me stessa.
« Ma solo ad una condizione » continua, abbandonando il coltello e voltandosi nella mia direzione.
Ha uno sguardo sereno, ma deciso.
« Tu devi venire con me » conclude.
Spalanco di getto bocca e occhi. Cosa ha detto? Non può essere vero.
Poi realizzo.
« Edward ma io non posso … » scuoto la testa e abbasso lo sguardo fissando il pavimento ora lindo.
Dal frusciare dei pantaloni, intuisco che si sta avvicinando. Devo spiegarmi prima che lui fraintenda quello che sento « anche volendo seguirti e Dio solo sa quanto vorrei farlo, io non ho nemmeno più i miei documenti, non ho … »
Sento un oggetto strusciare sul tavolo proprio affianco a me. Nel mio campo visivo compare qualcosa di rosso bordeaux spinto dalle sue lunghe dita. Poi un foglio grigio pallido che ricorda tanto una carta d’identità. Sopra leggo scritto il mio nome.
Sono pietrificata. Lo guardo d’impulso senza avere il coraggio di chiedergli quello che mi passa per la testa.
I suoi occhi sono limpidi, non c’è segno di rabbia o di qualsiasi altro sentimento negativo.
«I tuoi libri, gli abiti e tutte le tue cose verranno consegnati entro domani in ospedale» mi spiega molto lentamente con tono pacato e sereno.
«Mio Dio Edward. Sei stato da lui!» non posso credere alle mie stesse parole.
«Si Bella. E’ che avevo bisogno che tu avessi tutte le possibilità di scelta. Devi essere libera Bella, sempre.» si inginocchia ai miei piedi e mi poggia il capo in grembo.
Le mie dita accarezzano i suoi fili meravigliosi ancora umidi. Le lacrime mi scendono a fiumi. Nessuno, nessuno avrebbe mai fatto questo per me. Solo lui. Solo il mio Dottor Cullen.
«Ti ha fatto del male? » chiedo asciugandomi gli occhi, allarmata dal pensiero che quel bastardo possa aver messo le mani addosso anche a Edward.
«No Bella » mi rassicura guardandomi, «c’è stato solo uno scambio di opinioni più o meno civile. Tuttavia credo sia stata la prima volta in vita mia che ho procurato una ferita invece di suturarla» conclude con occhi fintamente perplessi e mimando un pugno.
« Tu sei un pazzo!» lo rimprovero, impaurita ma colma di gratitudine.
« Si. Lo sono. Completamente » conferma.
Nei suoi occhi leggo l’amore che probabilmente lui sta leggendo nei miei.
«Ascoltami Bella. Capirò se non vorrai venire. Capirò e sarò felice di rimanere anche qui al Pronto Soccorso purché tu rimanga al mio fianco … »
Afferro con le mani il suo meraviglioso volto e lo avvicino al mio.
Appoggio la mia fronte sulla sua. I nostri corpi si sorreggono, così come fanno i nostri cuori. E d’improvviso tutto mi è così chiaro. E’questo il nostro destino.
Il tuffo che doveva portarmi alla morte, mi ha portato Edward. Una nuova vita. La mia nuova meravigliosa vita.
« Verrò Edward. Verrò ovunque tu andrai. E la salverai, stavolta. » dico tra nuove calde lacrime.

« La salveremo Bella » pronunciano le sue labbra posate sulle mie «insieme, stavolta la salveremo».

36 commenti:

  1. Sono senza parole.
    Mi è piaciuta da morire. Mi è piaciuto tutto: il lungo monologo con se stessa prima del salto dalla scogliera, la dolcezza disperata di questo dottore, la scoperta di un'altra possibilità, l'amore... tutto. E credo di poter dire quasi con estrema certezza che c'è solo una persona che scrive in questo modo delicato, profondo e colpisce nell'anima...
    Grazie... è bellissima davvero.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. So di essere in clamoroso ritardo, ma vorrei ugualmente ringraziarti anche qui per quello che hai scritto. Ed essere stata "confusa" con qualcuna del gruppo è stato per me un vero onore...grazie.

      Elimina
  2. Oddio che meraviglia...
    Non ho parole... è... è meravigliosa.
    Perfetta in tutte le sue parti, forse un pò lunga per una OS ma sei così presa dai protagonisti, dalla storia che non ti importa.
    Due vite complete raccontate benissimo, una convivenza raccontata magistralmente e uno scorcio di vita insieme perfetta.
    Complimenti e Grazissimo.

    JB

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Scusa per il ritardo, ma grazie per quello che hai scritto. Effettivamente ero preoccupata per la lunghezza della storia, ma non sono stata in grado di tagliare nessun pezzo...un po' perché era la mia prima OS, un po' perché hai ragione, ero talmente presa da questi due, che a fatica riscivo a staccarmi dalle loro vite immaginarie.

      Elimina
  3. Anche a me è piaciuta davvero molto, tema interessante, i personaggi originali e ben caratterizzati, lei mi è piaciuta tanto, con la sua semplicità e la dolcezza. Lui un adorabile cavaliere, che si butta per salvarla e poi la pietra a casa sua e se ne prende cura: adorabile!
    Anche tu sei stata molto brava.
    Grazie!

    RispondiElimina
  4. Storia molto articolata e complessa, che affronta temi delicati come l'abuso sessuale e psicologico, il desiderio di autodistruzione che ne può derivare, la malattia e il senso di impotenza e frustrazione che può sconvolgere la vita di un medico...
    Ben scritta, delinea con credibilità i caratteri dei personaggi principali, seguendo la nascita e lo svilupparsi del loro rapporto fino alla scoperta dell'amore reciproco.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio per il commento. So che tu te ne intendi di storie e di testi in genere, quindi sono stata particolarmente contenta di leggere quello che hai scritto e di avere il tuo giudizio positivo. Grazie!

      Elimina
  5. Bellissima!
    L'hai scritta bene e l'hai articolata ancora meglio. Non ho capito chi sei ma sono sicurissima di averti già letto prima. la prima parte mi ha lasciata perplessa, perchè un suicida che ha perso ogni speranza, difficilmente ha dei sentimenti di rabbia, ma solo vuoto, però... ci sta. Il resto è dolce, ben cadenzato, molto romantico senza eccessi di miele. Mi è piaciuta!!!
    brava!
    -sparv-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Devo ammettere che quando ho deciso di partecipare ero particolarmente preoccupata del tuo giudizio e di quello di Cristina, che stimo e leggo da tempo...e sono stata davvero felice di leggere questo tuo commento!
      A ripensarci, effettivamente hai ragione. Forse il sentimento di rabbia verso se stessa e verso la sua vita non è il più realistico in quella situazione. Immaginandomi al suo posto mi è venuto spontaneo farle provare questo tipo sensazioni, ma credo tu abbia ragione, probabilmente chi lo vuole mettere in atto davvero ha solo un gran senso di vuoto e solitudine. Grazie per il consiglio.

      Elimina
  6. 1 punto!
    ma mi dispiace non averne altri a disposizione, perchè mi sei piaciuta tanto.
    -sparv-

    RispondiElimina
  7. La storia mi ha colpito molto. Ben scritta, ben articolata e ben sviluppata.
    Assegno 2 punti. Grazie
    Margherita

    RispondiElimina
  8. I miei 3 punti vanno a questa storia. La sento molto vicina, in questo particolare momento. Non che io voglia suicidarmi, intendiamoci... però non so... sto attraversando un periodo particolare con me stessa per cui... forse è questo che mi ha aiutata a scegliere visto che ero indecisa con un'altra.

    RispondiElimina
  9. Storia molto bella e completa. Nasce piano e si sviluppa dolcemente sino al giusto finale, mi è piaciuta molto. Assegno a te i miei 3 punti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per il commento e per i punti...sono ripetitiva, ma dire grazie credo sia la cosa più giusta in questa circostanza.

      Elimina
  10. Storia bella e dolorosa, ben scritta e ben articolata nei vari passaggi, belli i personaggi e commoventi i loro cuori generosi, non è una critica, piuttosto una riflessione che mi hai ispirato Autrice: ci vuole sempre un uomo per salvare una donna? magari avremo occasione di parlarne.
    Caroline

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Caroline per il commento, i punti ma anche per la riflessione interessante che hai posto.
      No, io non credo un uomo sia indispensabile per la salvezza una donna. Credo le donne abbiamo una gran dose di coraggio nel DNA e che abbiano la capacità e la forza di affrontare situazioni di vita difficili anche senza avere al proprio fianco un uomo. Diverse grandi donne facenti parte di questo gruppo lo dimostrano.
      Credo anche però che incontrare sulla propria strada un uomo come questo Edward che ho voluto inventare e raccontare, possa essere un valore aggiunto e possa aiutare la donna che ha al proprio fianco a vivere la vita in modo più pieno, positivo e consapevole. La mia Bella in questo specifico racconto si, aveva estremamente bisogno di lui perché, non avendo conosciuto nessun tipo di amore prima, ha potuto constatarne l'esistenza solo grazie a questo uomo che l'ha fatta ricredere sul valore della vita in genere e sulla sua in particolare.
      Grazie mille <3

      Elimina
  11. Di questa storia mi è piaciuto tutto. Come è scritta, la delicatezza con la quale è sviluppata, i momenti in cui è suddivisa. Personalmente trovo di una difficoltà assoluta scrivere le one shot e la tua è di un equilibrio e contemporaneamente di un'intensità che mi hanno colpita al cuore e mi hanno fatto sognare. Anche i passaggi più erotici sono descritti in modo caldo e coinvolgente, senza mai essere forzati o volgari. Insomma, ti ho trovata bravissima e sei stata una sorpresa per me decisamente piacevole!!! I MIEI 3 PUNTI VANNO A TE. Cristina.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ho già ringraziata un sacco di volte, ma voglio farlo una volta di più anche qui. Lo sai quanto siano contati per me i tuoi messaggi e i tuoi punti, ma soprattutto sapere che la storia ti è piaciuta e l'hai trovata scritta bene.
      GRAZIE!

      Elimina
  12. 2 punti
    Bellissima e toccante, un tema affrontato con una delicatezza unica. Brava!

    RispondiElimina
  13. Una storia meravigliosa, che colpisce dritta al cuore. Bravissima. 2 punti

    RispondiElimina
  14. Assolutamente la mia preferita fra le varie scritte in questo contest. I miei 3 punti vanno a questa storia. Dietro si vede che c'è un bel lavoro. La trama è carinissima, commovente e romantica. Sarà che mi piacciono le storie sofferte che poi si concludono con un lieto fine. Una favola moderna. Il bel Dottore che salva la vita di Bella, che destino ha voluto si chiamasse come la sorellina che non ha potuto salvare anni fa. Mi è piaciuta molto questa analogia. I tormenti di Isabella prima di gettarsi in mare, mi hanno toccata perché nessuna donna merita di essere trattata così, anzi nessun essere umano. Indi non posso biasimarla se ha deciso di farla finita non vedendo più un futuro per se. Spero trovi una nuova se stessa con questo uomo straordinario che sembra uscito dalle pagine di una favola di altri tempi.
    Complimenti, bravissima.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie davvero, sono felice di aver toccato corde sensibili e di aver fatto vivere, in qualche modo, le sensazioni che anch'io ho provato scrivendo questa storia,
      Grazie

      Elimina
  15. Questa storia è veramente bella e intensa. La vita di Bella è stata terribile sin dall'infanzia, il gesto estremo che ha compiuto rappresenta l'ultimo grido di dolore, l'ultima lacrima versata per una vita che non ritiene degna di essere vissuta. Sarebbe facile dire che non sono d'accordo col gesto ma trovarsi in determinate situazioni è molto differente dal sentirne parlare. L'arrivo di Edward ha salvato non solo il suo corpo ma soprattutto il suo cuore.
    Complimenti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille....l'arrivo di Edward ha salvato tutto è vero. Tutto quello che lei era disposta a giocarsi.
      E sinceramente sono riuscita a commuovermi da sola alla fine quando decidono di incamminarsi insieme per una nuova vita.
      GRAZIE!

      Elimina
  16. Intensa e magica. Si sono salvati a vicenda e ho goduto la rivalsa sulla bestia. Complimenti.

    RispondiElimina