UN TUFFO NEL DESTINO
Do ancora un’occhiata al mare sotto
di me.
Per essere un tardo pomeriggio di
agosto lo trovo piuttosto agitato.
Il salto sarà decisamente alto.
Dodici, quindici metri, non lo so. Non sono mai stata brava a
calcolare le distanze a occhio.
Non sono mai stata brava in niente,
probabilmente.
Una fallita. Un disastro. Quante volte
me lo sono sentita dire dai miei genitori. E da lui. Anche solo
qualche ora fa, prima che mi gridasse che era finita e sbattesse la
porta di quella che io consideravo anche un po’ la mia casa.
Balle, tutte balle. Mi aveva detto di
andarmene, che era stufo marcio di me. E che aveva un’altra donna
ormai da anni e che l’avrebbe messa lì, al posto mio.
Il vento soffia abbastanza forte su
questo dirupo. Probabilmente si sta avvicinando un temporale.
O forse il brontolio che sento nelle
orecchie è lo sgretolamento di me stessa.
Può essere. Ma ormai che importanza ha
se pioverà o meno.
Tra poco, in ogni caso, sarò zuppa.
Un refolo di aria fredda alza la gonna
del mio leggero abito a fiori. Mi ricorda tanto il tentativo di volo
di un petalo disperso nel vento, attaccato al nulla.
Osservo incantata il dondolio della
stoffa e la ringrazio per il senso di libertà che mi sta
infondendo. So che sarà tutta una gran pace, dopo. Non può che
essere così. C’è stata troppa confusione, troppa sofferenza nella
mia vita. Dopo, non potrà che andare meglio.
La schiuma delle onde che si infrangono
sugli scogli sotto di me è invitante come la superficie di un
cappuccino di prima mattina. Magari uno di quelli serviti a letto da
mani amorevoli. E’ strano come solo in questo momento, direi uno
dei momenti meno opportuni per fare questo genere di considerazioni,
mi renda conto di non aver mai avuto la carezza di una colazione
portata a letto. Ma Dio solo sa quante volte, invece, ho dovuto
portarla io.
E quello che ora mi disturba non è il
servizio in camera che dovevo fare agli ospiti della locanda dove
avevo lavorato, o meglio vissuto, negli ultimi dieci anni.
Quello che proprio non mi sta andando
giù è il servizio che rendevo allo schifo di uomo che fino a poche
ore fa era il mio datore di lavoro e il mio amante. O forse solo e
semplicemente il mio padrone, visto come ero stata trattata a sberle
in faccia più e più volte, e non solo metaforicamente, e vista a la
piega che avevano preso le cose tra noi, adesso.
Sono rimasta senza niente. Senza
nessuno. Completamente sola al mondo.
La decisione è stata così semplice da
prendere. Strano che io non ci abbia pensato prima. Mi sarei evitata
tanti dolori, tante botte e tante lacrime amare.
Il fatto è che io ero così
dannatamente fiduciosa nel suo cambiamento. In fondo era stato lui a
raccogliermi dalla strada quando, solo quindicenne, ero scappata di
casa. Lui mi aveva presa con sé e dato un tetto sotto cui vivere.
Lui mi aveva messa a lavorare nella sua locanda, mi aveva fatto
insegnare dalle cameriere anziane a sistemare le stanze e a cucinare.
E lui si era anche rubato la mia
verginità, dicendomi che era un suo diritto. Negli anni mi aveva
presa più e più volte facendomi capire che cosa poteva pretendere
un uomo da una donna. E che cosa poteva fare quello stesso uomo
quando era arrabbiato o deluso o ubriaco.
O quando, molto più semplicemente, gli
andava.
Stupida come sono, continuavo a vedere
un sentimento buono in quel gesto primitivo che mi aveva legata a
lui. Ora, dopo stamattina, capisco chiaramente che lo aveva fatto
solo per il suo tornaconto. E ogni sua parola, ogni suo
comportamento, visti con gli occhi di questo momento, erano
palesemente mossi dal disprezzo e dalla rabbia per quella che sono. E
quella che non sono, probabilmente.
Il mare si sta increspando ancora, le
onde sono molto più alte e frequenti adesso. Sembrano chiamarmi.
Sembra che abbiano una certa urgenza. Non ha pazienza, forse, nemmeno
il mare, loro padrone.
Guardo il cielo per l’ultima volta e
sento scendere, calda, una lacrima sulla guancia. Credo di avere un
livido e un’escoriazione ancora evidenti perché avverto un
bruciore al suo passaggio; speriamo che in Paradiso non ci facciano
caso, perché non voglio dare spiegazioni a nessuno. Non le ho mai
date e mai le darò. Mi vergogno troppo.
Accidenti a lui, stavolta non mi ha
dato nemmeno il tempo di nascondere la botta e il taglio con il
fondotinta, come facevo di solito le mattine in cui dovevo servire ai
tavoli. Succedeva di rado, ma dovevo stare molto attenta in quei
giorni.
Quando ero di servizio in cucina era
molto più semplice visto che ero quasi sempre da sola con Alice. Da
tempo lei aveva capito tutto, ma mai mi aveva messa in difficoltà
con domande inutili che non avrebbero comunque avuto risposta.
I giorni in cui mancava la cameriera
ufficiale, invece, erano i più difficili da sopportare e da
gestire. Ero io a doverla sostituire. Impossibile mettere in
discussione gli ordini del padrone.
E in mezzo alla gente non dovevo far
capire. In caso contrario, la sera a fine turno, me le sarei prese
ancora, e ancora. Lui era stato abbastanza chiaro su questo punto.
«Perché non te ne vai? »
mi aveva chiesto solo ieri sera Alice in un momento in cui, forse,
sentiva di poter essere mia confidente. O amica, chi lo sa.
Lo aveva visto prendermi con forza per
un braccio, trascinarmi fuori dalla porta del locale e lo aveva
sentito urlare e promettermi una punizione esemplare a casa. Certo,
me lo meritavo. Avevo fatto cadere un piatto mentre sparecchiavo un
tavolo. Davanti ai clienti. Grave errore. Grave distrazione che avrei
sicuramente pagato.
Oggi, infatti, in previsione del
castigo, ero stata messa di riposo. Non avrei dovuto uscire di casa
né farmi vedere alla locanda. E da nessun’altra parte al mondo. I
lividi e le escoriazioni sul volto erano, come previsto, evidenti.
Rassegnata da una vita, le avevo
risposto che sapeva bene il perché. E l’avevo pregata di non
immischiarsi in questa storia.
Non avevo un posto dove andare e, in
ogni caso, lui mi avrebbe trovata. E non sarebbe stato un
bell’incontro di quelli rappacificatori. Quindi, chiuso il
discorso.
Con mia grande sorpresa, tornata a casa
a fine turno, non era stato irruento come temevo. Certo le sberle e i
calci me li ero presi, di cattiverie me ne aveva dette, eccome. Ma
poi, come colto da un’illuminazione divina, subito dopo avermi
procurato il taglio sullo zigomo, era uscito di casa sbattendo la
porta e vomitandomi addosso con un’espressione soddisfatta che le
cose sarebbero cambiate. Da domani. Da oggi. E, il maledetto, ha
mantenuto anche questa promessa.
Sono stata cacciata come una serva
inutile dall’unica casa che conoscevo. Come una sgualdrina
sfruttata e ormai sfatta.
Ed è assurdo, ma non sto piangendo
nemmeno per questo. Sto soffrendo perché mi rendo conto, in questo
momento di lucida follia, di aver perso tutto il tempo che avevo a
disposizione. E la speranza e i miei sogni. Li ho lasciati in mano a
lui. E ho sbagliato. Ho sbagliato tutto.
Ma il tempo non torna. Non c’è
rimedio. Stavolta ne sono certa, perché, ad ogni modo, sarò io a
non dargliene la possibilità. Al tempo. A lui. Alla mia
disperazione. Basta.
Sento in lontananza alcune voci che mi
distraggono dai pensieri.
L’ obiettivo finale ritorna limpido
nella mia mente.
Il mare mi chiama forte, urla il mio
nome. E io non intendo più farlo aspettare.
Muovo ancora un passo avanti e
raggiungo il bordo del dirupo.
« Dovresti almeno metterti il costume.
» suggerisce una voce profonda e
calda alle mie spalle.
Presa alla sprovvista mi volto di
scatto quasi perdendo l’equilibrio. Vedo un uomo, avrà trenta
cinque anni o poco più. Ha entrambe le braccia lungo i fianchi,
vuole apparire rilassato, ma i pugni serrati di entrambe le mani
rivelano la sua tensione.
Dio, è così bello con quei capelli
castano ramati mossi dal vento, la barba incolta su un viso pulito.
Ha un portamento elegante pur indossando una semplice camicia di
cotone azzurro con le maniche arrotolate ai polsi, i jeans al
ginocchio e un paio di infradito. Mi ricorda vagamente qualcuno, ma
non credo di averlo mai visto prima. Me ne ricorderei di certo. Un
angelo non si dimentica così facilmente.
E poi, non devo essere vicina ai luoghi
in cui mi muovo abitualmente. Come in trance, devo aver camminato per
ore e senza rendermene conto. Non riconosco il posto dove sono
finita.
So solo di essere scalza e di avere i
piedi stanchi e doloranti. Sotto di me sento il pungolare delle rocce
frastagliate, forse mi sarò procurata qualche ferita. Poco danno,
una più o una meno non fa più differenza.
Sposto lo sguardo e, ad una certa
distanza, noto una bella spiaggia, molto simile a quella di fronte
casa “mia” dove spesso, la sera, mi perdevo a guardare
l’orizzonte e ad immaginare la vita oltre la distesa azzurra del
mare.
Vedo lì un gruppetto di persone
palesemente agitate. Si sbracciano e urlano qualcosa, forse verso di
me.
No, basta urla, basta! Mi tappo le
orecchie con le mani, non voglio sentire! Lasciatemi in pace!
Volto le spalle a quest’uomo e alla
gente là in fondo e fisso l’unica mia certezza, il mare sotto ai
miei piedi.
All’improvviso vengo presa dal
panico. Devo fare in fretta, non voglio che qualcuna di quelle
persone mi riconosca e chiami lui. Non voglio che sia il suo volto
l’ultima cosa che vedrò prima di morire.
Dietro di me l’uomo continua il suo
discorso, fintamente pacato, come se fossimo stesi su un asciugamano
a decidere se fare il bagno insieme o no.
« Credo l’acqua sia un po’
freddina oggi. E mi sa che tra poco inizierà a piovere. Credo sia
meglio tornare a casa, che dici?»
Sorrido tra me e me per l’ironia
della situazione in cui mi trovo. Nessuno, nessuno a parte Alice, ha
mai dimostrato alcuna preoccupazione per me. Solo ora, quando
finalmente ho preso una decisione, quando nulla ormai potrà
rimettere insieme i cocci della mia anima e del mio cuore, quando
tutto è finito, le persone decidono di entrare in scena e recitare
la parte dell’eroe di turno per dimostrare tutta la loro ipocrisia
verso il prossimo.
No, non sarà nemmeno questa voce
meravigliosa che mi infonde un senso di pace a distogliermi dal punto
più basso qui sotto.
Ormai lo vedo come fosse il centro di
un bersaglio. Scocco la freccia.
Via.
Ed è un attimo. Mi lascio cadere e la
forza di gravità fa il resto del lavoro per il quale è stata
creata.
L’aria fredda mi accarezza la pelle.
Sento alcuni schizzi umidi sulle guance, sulle braccia. Non so se
sono già arrivata in fondo al mio volo, se ha iniziato a piovere o
se sono le lacrime venute a salutarmi.
Ho perso il senso dell’orientamento
e, volteggiando libera, non ho idea se cadrò di testa o con la
schiena. Poco importa.
All’improvviso sento lo schianto duro
contro la superficie dell’acqua. Credo di essere precipitata in
mare con i piedi, perché avverto subito un forte dolore alla
caviglia seguito da uno altrettanto potente alla gamba destra verso
l’inguine. Qualcosa di duro deve avermi colpita.
Apro gli occhi e vedo la superficie
allontanarsi rapidamente. La schiuma adesso mi sovrasta e non sembra
più così invitante. Ora assomiglia ad un muro di bava che si chiude
sopra di me.
Non mi fa nemmeno più vedere il cielo.
Inizio ad avere paura. Istintivamente
provo a respirare, ma, invece dell’aria, incamero nei polmoni una
grande quantità di acqua salata che mi brucia in gola.
L’istinto di sopravvivenza mi dice
che ho appena fatto una gran cazzata alla quale lui non saprà porre
rimedio.
Sono ancora sbattuta dalla forza delle
onde contro qualcosa che non so vedere. Altro dolore, altre botte. Ma
tanto ci sono abituata. Saranno le ultime.
A questo punto mi abbandono. Lascio che
tutto sia come deve essere. Mi sento morbidamente scendere, le onde
evidentemente hanno deciso che il mio corpo ne aveva avuto abbastanza
di seguire il loro ritmo. Quella danza era troppo da sopportare per
lui. Chiudo gli occhi e prego perché tutto finisca in fretta.
L’ultima cosa che sento prima di
perdere i sensi è un braccio che mi cinge il fianco, una mano forte
che mi prende la testa a la adagia su una superficie dura come il
marmo. Nonostante l’acqua fredda tutta intorno, mi sento accolta in
un caldo abbraccio. E’ una sensazione completamente nuova, che
forse ho provato solo appena nata. Ma forse nemmeno in quel momento.
L’ultima cosa che la mia mente
ricorda è il volto di quel bellissimo uomo, inginocchiato e con la
mano protesa verso di me, in cima alla scogliera.
***
«State tutti indietro! Indietro
maledizione! Lasciatemi lavorare!»
Ancora urla, anche in Paradiso. Non ci
posso credere.
Un dolore lancinante allo sterno, come
un pugno. Lo sento ancora e ancora, non si ferma.
Ancora botte, anche in Paradiso. Non ci
posso credere.
“Uno. Due. Tre. Respira. Avanti.
Respira cazzo!Vomita quella cazzo di acqua! »
Sento un tocco deciso sulla fronte. Poi
qualcosa di morbido, caldo e umido sfiora le mie labbra. Percepisco
un piacevole pizzicore al mento.
Qualcosa mi viene spinto dentro alla
bocca con una certa violenza, cerca di farsi strada in gola e arriva
giù in fondo. Fa un male cane. Mi sento come esplodere dall’interno.
Mi invade una gran nausea. Sto per
vomitare. E per tossire. E, o Cristo, mi viene da respirare.
«Brava, così. Forza. Respira,
respira. »
Impossibile, ancora quella voce
meravigliosa. Ancora quel braccio che mi stringe la vita. Una mano
grande e sicura mi sorregge la testa mentre ansimo in cerca di aria.
E’ morto anche lui. Mi ha seguita in
Paradiso.
Vomito l’ultima acqua che intendeva
annegare i miei polmoni e apro a fatica gli occhi.
La luce mi dà fastidio, ma le due
piccole fessure che riesco a schiudere sul mondo lo trovano lì, a
pochi centimetri da me.
Si, è lui. E non siamo morti. Sento il
calore del suo corpo, e il respiro affannoso che ancora accarezza le
mie labbra. Il suo volto, dai lineamenti fieri e gentili, è
arrossato e teso.
Quei splendidi capelli ora sono umidi e
scomposti dal vento e dall’agitazione.
Infine, incontro ancora una volta
quegli occhi chiari che parlano senza dire una parola.
Così da vicino posso sentire anche il
suo profumo, un misto si salsedine, lavanda, salvia. Magnifico.
Posso lasciarmi andare. Muoio tra le
sue braccia. Mi viene da sorridere. Muoio felice.
***
Sono molto meno felice quando spalanco
gli occhi e mi rendo immediatamente conto che non mi trovo dove
credevo e, soprattutto, dove volevo.
Niente Paradiso. A meno ché il
Paradiso non comprenda un letto morbido nell’ atrio di una
bellissima casa, lenzuola candide, stanze luminose e dai palchetti
color ciliegio, muri lindi sui quali sono appesi ordinatamente quadri
di angeli e paesaggi immacolati.
Il tutto completato da un ottimo
profumo di cibo e dal rumore di uno sfrigolio in lontananza tipico
delle cucine.
Sono una cuoca, capisco che si tratta
di brodo. Un ottimo brodo di carne. E poi, forse, un arrosto.
Inspiro con forza e sento subito un
dolore lancinante al torace che mi fa emettere un sonoro urlo.
Il grido, evidentemente, richiama
l’attenzione di qualcuno perché sento dei passi avvicinarsi
abbastanza rapidamente. I palchetti scricchiolano mentre vengono
calpestati con una certa fretta.
Comincio a tremare. Chiudo gli occhi
perché non voglio vedere.
«Bentornata»
Oddio. Lui. Quella voce, sono certa sia
la sua.
Sento grattare qualcosa a terra. Poi
un rumore più sordo, come se qualcosa venisse sistemato al suolo con
una certa forza. Silenzio.
Decido di farmi coraggio e sollevo le
palpebre. Lui è seduto su uno sgabello vicino al letto dove sono
sdraiata.
Giro la testa per guardarlo meglio.
Credo comprenda la mia confusione perché, senza che io proferisca
parola, inizia a spiegare.
«Il dolore che hai sentito è dovuto
ad una costola incrinata. Credo di aver combinato io il danno durante
il massaggio cardiaco».
Spalanco la bocca in cerca di aria e di
parole, ma non entra ed esce nulla.
Cerco di puntare le mani sul materasso
per sollevarmi, ma il dolore ritorna forte e mi immobilizza.
« Tranquilla, tranquilla. Va tutto
bene. Passerà in fretta».
Avverto il tocco della sua mano sul mio
braccio. Mi sta accarezzando.
Vorrei dirgli di smetterla, dirgli che
non merito alcuna carezza. Vorrei dirgli grazie e anche che lo odio
per quello che sta facendo. Vorrei dirgli che mai in vita mia ho
provato tante emozioni contrastanti.
Ma l’unica cosa che sono capace di
fare è sciogliermi in un pianto sommesso che arriva da lontano.
Le lacrime, dapprima lente e graduali,
prendono presto vigoria e scendono copiose.
Non so arrestarle e arrivano i
singhiozzi ad accompagnarle.
Provo a coprirmi il volto con le mani,
ma solo un braccio si muove. Sento dolori ovunque.
« Andrà tutto bene»
continua lui con voce ferma; la mano che si muove ancora avanti e
indietro sulla mia pelle.
«No. Non andrà bene. »
dico con gran fatica. La voce ora mi esce. Flebile, interrotta dai
singhiozzi, ma esce.
«Cosa mi hai fatto?perché? perché?»
continuo.
«Io ho fatto solo quello che andava
fatto. Non ti chiederò perché eri lì. Non ti chiederò cosa ti è
successo, né chi sei. Ma ascoltami bene»,
continua questo angelo al mio fianco in tono autoritario, ma senza
note di cattiveria nella voce, «c’è sempre un’alternativa.
Sempre. Non era giusto. E comunque non avrei in ogni caso potuto
lasciarti fare quello che stavi per fare».
Lo guardo inebetita. Lo ascolto perché
me l’ha chiesto, io sono abituata ad obbedire, ma mi rendo conto
che lo faccio anche perché voglio essere avvolta dalla sua voce
melodiosa che tocca corde serrate in fondo alla mia anima.
Mi sta fissando. E’ serio, davvero
serio.
E bello, davvero bello.
I miei singhiozzi cessano. Le lacrime
rallentano il ritmo del loro suicidio.
«Perché? »
gli chiedo ancora.
«Sono un medico. Lavoro al Pronto
Soccorso dell’ospedale del paese qui vicino. Come medico ho fatto
un giuramento. Non posso non salvare la vita di una persona in
evidente rischio di morte.»
« Quindi ti sei tuffato? »
«Certo che l’ho fatto»
risponde, come se la sua fosse stata una reazione più che scontata e
la mia una domanda stupida. « E’stato piuttosto complicato
prenderti là sotto perché la corrente e le onde erano potenti a
causa del temporale. Ma siamo qui. E’ andata.»
Abbasso lo sguardo, immaginandolo
mentre si butta dietro di me da quel dirupo.
«Avresti potuto morire. »
« Anche tu, se è per questo. »
Il suo sguardo non vacilla. Mi sorride.
Noto che la sua mano è ancora appoggiata al mio braccio.
«Ma io lo volevo. Tu no. »
preciso. Lui non ribatte allora vado avanti, «Come ti chiami? »
chiedo, non so nemmeno io perché. Forse per prolungare questo attimo
in cui mi sento stranamente benvoluta da qualcuno. Da un estraneo,
per giunta.
«Edward. Edward Cullen. »
«Isabella. Bella. »
Vedo i suoi occhi spalancarsi per la
sorpresa. Il suo corpo irrigidirsi. La bocca gli si apre senza
emettere alcun suono. Poi, con un certo sforzo, si ricompone
schiarendosi la voce.
« Nome e cognome o solo nome e
nomignolo? »chiede ironico
riprendendosi dallo shock che evidentemente gli ha procurato la
rivelazione del mio nome. Non mi lascia il tempo di rispondere, «va
bene così, non preoccuparti. Almeno non avrò la responsabilità di
inventarmi un nome per chiamarti! Io sono una frana nel dare nomi
perfino agli animali … lasciamo perdere …»
Rispondo al suo sorriso. Oddio,
sorrido. Non ci posso credere. Dovrei essere morta e invece sono qui
con un uomo che mi parla dolcemente, che si è preso cura di me dopo
aver rischiato lui stesso la vita. Per me. E sorrido. Devo essere
diventata scema. O aver sbattuto la testa forte, molto forte.
«Dove mi trovo? E come sono arrivata
qui? » gli domando. A questo punto
sento la necessità di capire di più. Sono viva oltre ogni
ragionevole dubbio e da qualche parte dovrò in qualche modo
ripartire, se non altro per riprovare a raggiungere il mio scopo.
« Sulla spiaggia è arrivata
l’ambulanza. Ti ho accompagnata all’ospedale dove lavoro e ti ho
fatto alcune lastre, avevo il sospetto di averti fratturato qualche
costola visto il tuo corpo minuto. Per fortuna una sola e non del
tutto», sembra rammaricarsi per
questo che deve considerare un errore non da poco.
Sospende il racconto. Io rimango in
attesa, in silenzio. Poi, con lo sguardo perso, come immerso nei
ricordi, continua «durante il tragitto stringevi la mia mano forte,
piangevi e … continuavi a ripetermi di non lasciarti mai».
Sono certa di avere le guance scarlatte
e un’emozione improvvisa mi travolge. Volto lo sguardo verso il
muro alla mia sinistra, non riesco a sostenere quel volto turbato e
quella bocca che dice cose così imbarazzanti per me. Come posso
avergli chiesto una cosa del genere?
Non ho il coraggio di ascoltare altro,
anzi dovrei proprio alzarmi e andarmene. Ma dove? Come?
Edward rispetta la mia chiusura ma
continua, spiegando tutto come se rivedesse un film.
«Hai preso diverse botte cadendo in
mare, hai sbattuto Dio solo sa quante volte contro gli scogli
sott’acqua. Vedevo il tuo corpo scaraventato da una parte
all’altra. E non riuscivo ad afferrarti »,
ha la voce rotta, non mi sto sbagliando perché mi giro e lo guardo.
Ha gli occhi lucidi. I miei rispondono al richiamo e le lacrime
cominciano a scendere di nuovo rigandomi il viso.
« Ho dovuto aspettare che scendessi un
po’ più in fondo e lì finalmente ti ho presa. Pensavo fossi
morta, ma non mi sarei arreso per niente al mondo, stavolta no. Ti ho
trascinato a riva e tutte quelle persone continuavano ad urlare. Ci
hanno circondati e mi gridavano nelle orecchie che non ce l’avresti
mai fatta. Dannazione, se non fossi un medico con dei principi li
avrei ammazzati tutti con le mie mani. Un ragazzo con un barlume di
intelligenza mi ha ascoltato e ha chiamato l’ambulanza e, nel
frattempo, ho tentato di rianimarti. Quando finalmente hai iniziato a
respirare, non ci potevo credere. Avevi i piedi scorticati e botte
ovunque, graffi e tagli... ».
Con l’unica mano che risponde agli
impulsi dei miei neuroni, inconsapevolmente mi sfioro lo zigomo
sfregiato non dal volo, ma dalla mano cattiva di un essere
riprovevole. Mi assale l’ansia nel ricordare il mio recente
passato. E’ troppo vicino per far finta che non esista.
Edward riporta l’ attenzione su di
me, evidentemente stupito da questo mio gesto. Sembra stranito.
Sento le sua dita premere dentro la
carne del mio braccio. Ma subito molla la presa per finire la sua
storia. E la mia. Adesso mi fissa.
«La TAC e la risonanza che ti ho fatto
hanno evidenziato la costola incrinata e la caviglia destra rotta,
fortunatamente non scomposta – ecco cos’era quel dolore che
avevo sentito appena toccata l’acqua - ma niente danni
permanenti né lesioni interne. Siamo stati fortunati .– siamo?
- Ti ho fatto mettere un tutore alla caviglia, ti ho suturato una
ferita piuttosto profonda all’inguine. Ho medicato i piedi e tutte
le altre ferite. Oltre ad averti somministrato una buone dose di
antidolorifici. Dopo ore eri ancora incosciente. Non me la sono
sentita di lasciarti in ospedale. Mentre in ambulanza mi chiedevi di
non lasciarti.. » Edward
si blocca un attimo forse per sottolineare quello che sta per
dire o per essere sicuro che io lo stia ascoltando. Appena annuisco
continua «..io ti ho promesso che non l’avrei fatto. Non sarò in
ospedale ancora per qualche giorno e non potevo lasciarti lì, senza
di me».
Sgrano gli occhi, mi sento confusa da
tutto quello che sto sentendo. Non mi sembra una cosa reale. Non per
me.
«E così eccoti qui. Ti ho trasferito
a casa mia, la sistemazione è un po’ di fortuna, ma magari ci
organizzeremo meglio. Puoi restare finché non ti rimetti, faremo
finta sia un ospedale privato».
E’ ora di dire qualcosa.
Assolutamente.
«Edward, io non posso. Hai fatto
davvero troppo per me. Hai rischiato la vita per una stupida che
nemmeno conosci … »
« a parte il fatto che non sei una
stupida – mi interrompe severo – e lo si vede dai tuoi occhi,
comunque non avresti modo di andartene. Quindi non si discute. »
Non mi dà modo di ribattere. Si è già
alzato ed è diretto verso la stanza da dove proviene il profumo di
brodo.
Mentre si volta seguo con lo sguardo i
suoi passi e- porca miseria!- sul polpaccio destro ha tatuato
un angelo dal volto di una meravigliosa bambina. Sulla tunica c’è
incisa una scritta; si legge chiaramente un nome: Bella.
***
Nonostante lo stupore provato nel
vedere quel disegno e soprattutto quel nome disegnati sulla sua
pelle, devo essermi addormentata.
Quando apro gli occhi l’abat-jour sul
comodino accanto al mio letto è accesa. Accanto vedo un bicchier
d’acqua.
Fuori dalla finestra di fronte al
letto, oltre le tendine ordinate, buio.
Il suono sommesso e le luci tenui e
lampeggianti di una televisione accesa in lontananza.
«Edward»
provo a chiamarlo. Voglio essere sicura di non aver sognato tutto.
«Eccolo qui»
informa la sua calda voce accompagnata dallo scricchiolio dei
palchetti.
No, non ho sognato.
Si avvicina con il solito sorriso, un
misto tra il malizioso e il benevolo. Il diavolo e l’acqua santa
racchiusi tra le sue labbra. Labbra che hanno toccato le mie, in
circostanze nettamente diverse da quelle che sto immaginando in
questo momento, ma pur sempre lo hanno fatto.
«Ero tornato per farti mangiare un po’
del mio brodo speciale, ma visto che ti eri addormentata non ho
voluto svegliarti e poi …»
continua «… avrei dovuto farlo con un bacio …»
Oddio. Cosa ha detto? Sgrano gli
occhi e lui ride « non dirmi che non conosci la favola della Bella
addormentata! » e sottolinea Bella
e addormentata con un simpatico dondolamento della testa «Se
non la conosci tu, chi deve farlo? »
Come fa a sdrammatizzare sempre tutte
le situazioni di imbarazzo e tensione con una sola battuta?
Mi sciolgo in una risata e sento
protestare la mia costola incrinata.
« E’ l’ora delle medicine
signorina Isabella» si avvicina al
comodino e prende il bicchiere d’acqua e un paio di pillole che
prima non avevo visto.
Mi fido e non faccio resistenza ad
aprire la bocca e ad accoglierle sulla lingua quando le sue dita
lunghe e affusolate me le poggiano sulle labbra.
Con mano ferma mi avvicina il bicchiere
d’acqua, mi solleva delicatamente la nuca prendendola da dietro e
mi fa bere un sorso.
Il tutto si svolge in un dolce
silenzio. E io gusto fino in fondo l’attimo che mi viene regalato.
Ogni singolo gesto. Le sue espressioni. Il suo fresco profumo.
Finita l’operazione antidolorifici,
prende lo sgabello, lo avvicina al letto e si siede.
«Vogliamo assaggiare la specialità
del giorno signorina? »
Sentiamo il mio stomaco brontolare
vivacemente; credo la risposta sia evidente ad entrambi. Sorrido, un
po’ imbarazzata.
«mi sembra di si … torno subito.
Aspettami qui eh» e mi fa
l’occhiolino.
Annuisco spensieratamente. Come si fa a
non ridere con lui.
Ritorna poco dopo con una scodella
fumante e un profumino delizioso. Ha in mano un cucchiaio e un
bavaglio a quadretti bianchi e rossi che mi ricorda tanto le tovaglie
della locanda. Mi sembra sia passata una vita dall’ultima volta che
le ho viste, saranno invece passati -quanti? - solo uno o due
di giorni. Credo.
Mentre viaggio nei miei pensieri, lui
si avvicina un po’ di più. Mi alza leggermente il capo e posiziona
con maestria un secondo cuscino in modo che io possa stare
leggermente più in alto, ma senza provare dolore. Poggia con
gentilezza il bavaglio sul mio dorso e inizia ad imboccarmi. Prima di
avvicinare il cucchiaio alle mie labbra ci soffia dentro.
Mi sento una bambina amata.
Inghiottisco la prima cucchiaiata con
estrema gratitudine. Sento salirmi un groppo in gola, ma cerco di non
farglielo capire. Mi stanno, però, venendo gli occhi lucidi.
Edward si ferma con il cucchiaio a
mezz’aria.
«Bella, devo avvisare qualcuno … sul
fatto che sei qui intendo». La sua
voce, sempre pacata e paziente, ha ora una nota di nervosismo al suo
interno.
Inghiottisco il groppo in gola e
ricaccio immediatamente indietro le lacrime.
« No. Nessuno»
rispondo sicura.
Lui continua ad imboccarmi. Cucchiaio
dopo cucchiaio, soffio dopo soffio, accolgo con devozione le sue
gesta. E la sua discrezione.
«Beh, mi sembra di capire che come
cuoco non faccio proprio schifo» proclama fiero quando la scodella
resta vuota.
«Assolutamente. Era delizioso»
confermo.
«Bene, adesso creda sia il caso di
riposare » annuncia con un sonoro
sbadiglio.
Raccoglie il bavaglio e, ancora con la
scodella in mano, inizia a far leva sulle gambe per alzarsi.
Con quel che resta della mobilità
della mia mano, tocco istintivamente le sue dita appoggiate alle
lenzuola vicino alla mia gamba. Le stringo come se mi fossi
aggrappata alla mia ancora di salvezza. E forse così è.
Sentire la sua pelle mi provoca
un’immediata sensazione di caldo interiore.
« Edward. Grazie.»
dico con voce rotta.
«Di niente piccola. Riposa.».
E, chiusa la luce, mi lascia sola con
tutti i pensieri e le angosce ancora radicati nel mio animo.
Quella notte sogno due angeli, un uomo
e una bambina, che si tengono per mano e mi sorridono dolcemente.
***
Sono ancora nel mio mondo perfetto
quando mi sento avvolgere il braccio da qualcosa che assomiglia ad
una fascia. Poi una sensazione di freddo sulla mia pelle.
Puff. Puff. Puff.
Qualcosa inizia a stringermi il braccio
e contemporaneamente un tocco delicato mi sfiora il polso.
Apro lentamente gli occhi e vedo
Edward, seduto sul solito sgabello, gambe larghe fasciate da un paio
di pantaloni da ginnastica grigi, maglietta bianca ad accarezzargli
il torace, intento a misurarmi la pressione e i battiti cardiaci.
E’ così concentrato, così
professionale. Provo un’ immediata tenerezza e un profondo orgoglio
per lui.
E’ davvero un uomo straordinario.
Si accorge che sono sveglia solo quando
stacca la fascia dal mio braccio dopo aver registrato i numeri su una
cartellina poggiata sulle gambe.
«Scusami, non volevo svegliarti.. »
dice dispiaciuto a bassa voce.
« Non fa niente. Di solito mi sveglio
molto presto per..» mi blocco immediatamente. Stavo per dirgli del
mio lavoro alla locanda, di quel bruto che alle sei mi buttava giù
dal letto, il più delle volte con una volgare spinta dicendomi,
puntualmente, di non aver mai conosciuto una persona più pigra di
me.
«Deformazione professionale. La mia. »
conclude lui togliendomi dall’impaccio.
« E’ sua abitudine Dottor Cullen
portarsi il lavoro a casa? » lo
imbecco.
« No signorina, è la prima volta che
mi succede. Ma credevo fosse leggermente più …»
pausa d’effetto, occhi azzurri spalancati sui miei «… spiacevole
...» termina con il suo sorriso
malizioso e lo sguardo languido.
Rido. Rido!
«Ne sono lieta Dottore »
«Anch’io. Bene, dovrei medicarti i
punti, adesso. »
« ok. »
Poggia la cartella, il fonendoscopio e
la fascetta della pressione sul comodino. Raccoglie da terra una
piccola bacinella di metallo su cui vi è adagiato un paio di
pinzette e se la poggia sulle gambe muscolose.
Una luce fioca entra dalla finestra.
Credo sia poco più che l’alba. La stanza è illuminata così
delicatamente e il dolce chiarore del sole rende i suoi lineamenti
ancora più belli. Sembra davvero un angelo.
Lentamente sfila le lenzuola candide e
le adagia ai miei piedi. Scopro di avere addosso un paio di boxer
Calvin Klein e il mio reggiseno bianco.
Arrossisco al pensiero che sia stato
lui a vestirmi, dopo avermi recuperata dall’acqua e dopo la routine
degli esami ospedalieri.
Avvicina la mano ai boxer e infila due
dita all’interno dell’elastico. Vengo scossa da un forte brivido.
Li cala leggermente e mi scopro
ansimante.
« Ti donano »
dice accompagnando il suo gesto.
Vengo riscossa dalla sua voce vibrante.
Mi sto sentendo male. Lui mi sta fissando. E io ho così caldo.
«Tranquilla, basta così ».
E’ di nuovo concentrato sui boxer.
Le sue dita si fermano. Non si vede la mia nudità, ma io mi
sento completamente esposta a lui. Potrebbe farmi qualsiasi cosa, in
questo momento, e io l’accetterei di buon grado.
Sento, per la prima volta in vita mia,
il desiderio verso un uomo.
Con gesti sicuri toglie un evidente
cerotto dalla mio inguine. Sotto vedo una ferita abbastanza grande.
Raccoglie la bacinella dalle gambe e la
poggia sul letto. Seguo ,rapita, i suoi movimenti esperti.
Le pinzette stringono una garza e la
imbevono di un liquido color ruggine. Poi, molto delicatamente,
Edward colora la mia ferita accarezzandola con la garza.
Mentre lo fa mi rassicura, «ti ho
dovuto fare otto punti, ma non ti resterà il segno, non
preoccuparti. Ho cercato di farli il meglio possibile ».
« Non c’è problema. Davvero. »
lo tranquillizzo. Tanto non credo qualcuno vedrà mai il mio inguine,
vorrei aggiungere. Qualcuno tranne lui, specifica una voce
sbarazzina nella mia testa.
Finita la medicazione, mi posiziona un
nuovo cerotto. E i boxer tornano al loro posto.
«Mi dispiace non aver avuto biancheria
femminile..non sono abituato ad avere donne in casa..quindi ho dovuto
per forza usare la mia perché la tua era completamente fuori uso».
Forse dovrei ringraziarlo per questo chiarimento, ma solo l’idea
che sia stato davvero lui a vestirmi dei suoi boxer mi manda
su di giri.
Meglio. Non. Dire. Niente.
Annuisco, è l’unica cosa che mi
concedo di fare. Spero di non offenderlo. Ma, se è intelligente come
io sono sicura che sia, ha capito il mio disagio. O forse ha intuito
ben altro.
Raccolte tutte le cianfrusaglie da
medico si allontana. Poi si blocca e si volta, lo sguardo leggermente
confuso è rivolto più al muro alle mie spalle che ai miei occhi.
«Ovviamente ho dovuto anche..pulirti …
tanto per essere onesti. Ecco.» e
se ne và.
Fantastico. Proprio fantastico.
***
E’ passata una settimana da quando ho
tentato il suicidio. E’ passata una settimana da quando sono stata
accolta in una casa sconosciuta da braccia gentili che mi hanno fatta
sentire giusta, degna. A posto con il mondo e con me stessa. In
fondo, non sono un rifiuto come, invece, mi avevano fatto credere.
Stamattina, subito dopo la medicazione
e la prova della pressione, Edward ha detto che domani mi farà
alzare e potrò fare una doccia. Dio che meraviglia. Sono proprio
queste le piccole cose che assapori quando ti rendi conto che non sei
in grado di farle per qualche tempo e poi, finalmente, ne hai di
nuovo la possibilità.
In questi giorni è stato lui a
portarmi in bagno in braccio, lasciandomi solo qualche minuto di
privacy per paura di trovarmi a terra svenuta a causa della mia
debolezza.
E a passarmi ogni giorno un panno
tiepido sul corpo, regalandomi una bella sensazione di pulito e di
tenerezza. Oltre a brividi allo stomaco, e non solo, che ho nascosto
con cura.
Sarebbe troppo facile amare Edward.
Troppo scontato perdere la testa per l’eroe che ha salvato la
piccola indifesa e maltrattata.
Non commetterò questo errore. Farò il
possibile per tenere sotto controllo le mie emozioni, del resto l’ho
fatto per così tanto tempo che mi viene comunque naturale.
Oggi Edward sta preparando un risotto
con del pesce fresco che ha acquistato al mercato. Il menù me l’ha
esposto di prima mattina dopo aver portato via la colazione dal
vassoio che ad ogni risveglio mi poggia sul letto. Sento l’odore di
cipolla soffritta e lo sfrigolio degli ingredienti man mano che
vengono aggiunti. Immagino le sue mani mentre prendono il cucchiaio
in legno e mescolano i chicchi nella padella. Lo sguardo concentrato,
come ogni volta che fa una cosa che richiede attenzione. E’ preciso
e meticoloso, come se ogni cosa che fa facesse parte del suo lavoro
di medico, dove l’attenzione non può mai venire meno.
Lo sento fischiettare e sorrido tra me
e me. Come faccio a non innamorarmi di lui?
Sarà così difficile andarsene da qui.
E da lui, quando mi sarò ripresa.
Arriva baldanzoso. Da una paio di
giorni ho un cuscino dietro la schiena e sto in posizione seduta
senza provare dolore. Un po’ grazie alle medicine, ma anche il
tempo e le cure del mio bravo dottore hanno il loro merito.
« Eccoci qua. Il Cullen Hospital è
lieto di offrire il pranzo ai suoi degenti»
«mmm … ha davvero un profumo
invitante. Deve fare i complimenti al suo staff Dottor Cullen.
Secondo me almeno la cuoca merita un aumento». Il fatto che io abbia
ingenuamente usato il genere femminile non credo sia passato
inosservato. La cuoca ero io, fino pochi giorni fa.
Si accomoda vicino al letto sul solito
sgabello e mangiamo insieme. E’ di ventata una bella abitudine
degli ultimi giorni quella di condividere i pasti.
«Lavoravo in una locanda »
spiego senza che lui mi chieda niente.
« Lo so »
risponde lui spiazzandomi. Tra un boccone e l’altro continua, io
con la forchetta in mano immobile come una scema.
«Ti ho vista il giorno in cui sono
arrivato. Prima di trovare l’ospedale mi sono fermato a pranzo e tu
sei comparsa dalla cucina e hai servito qualche tavolo prima di
sparire di nuovo tra i fornelli ».
Deve essere stato il giorno in cui la
cameriera si era tagliata con un coltello, penso. Avevano chiesto a
me di sostituirla in fretta e furia intanto che le veniva lavata e
medicata la ferita. Non avevo avuto il tempo nemmeno di cambiarmi o
di nascondere il livido vicino all’occhio, ricordo. Mi auguro lui
non se ne sia accorto. Ma ne dubito.
« Si, cucinavo e servivo a seconda di
quel che era necessario» spiego.
Quel giorno devo aver tenuto lo sguardo davvero basso per non aver
notato Edward.
« Beh, cucini molto bene. Il pranzo di
quel giorno ha avuto un peso non indifferente sulla mia decisione di
lavorare in questa landa desolata»
aggiunge serafico.
Sorrido a mo’ di ringraziamento, ma,
senza dire nulla, mi rifugio con lo sguardo sul riso che sto
raccogliendo dal piatto. Sono troppo concentrata nel sperare che
davvero lui si ricordi di me e della locanda per il pranzo e non per
l’occhio nero che avevo quel giorno.
Il silenzio prolungato tra di noi mi fa
credere che le speranze siano piuttosto vane.
E, infatti, quando apre bocca, non ho
più dubbi sulla sua lungimiranza.
« Vuoi raccontarmi qualcosa? Vuoi
dirmi … perché? »
Continuo a mantenere lo sguardo basso
un po’ per l’imbarazzo, un po’ per la rabbia che provo per me
stessa, una persona senza un briciolo di dignità e di forza per
combattere, e per quel cane che mi ha portata ad essere quella che
sono.
«Preferirei non parlarne»
chiudo, senza lasciare spiragli di conversazione.
«Certo, ovvio.»
ribatte Edward, ma il tono della sua voce ha qualcosa di amaro.
Decido di lasciar passare qualche
minuto perché la tensione si sciolga, poi ho un flash. Un’immagine
di Edward che si allontana e quel volto di bambina sul polpaccio. La
tunica. Le ali. Bella.
«Edward, cosa rappresenta quella
figura che hai tatuata sulla gamba? »
chiedo con finta innocenza.
Non risponde subito. Lentamente poggia
la forchetta sul piatto ancora pieno a metà. Alza piano lo sguardo e
poggia quelle due gemme grigio azzurre sul mio volto. Le conficca
dentro ai miei occhi.
Scandisce bene le parole, in modo che
io possa assaporare fino in fondo il loro significato, ma soprattutto
quello che vi sta dietro.
«Preferirei. Non. Parlarne. »
si alza, mi volta le spalle e, a passo veloce, và verso la
cucina. Sento appoggiare il piatto sul tavolo, o su un mobile non lo
so, non con la sua abituale grazia.
Pochi istanti dopo lo vedo ricomparire
con le chiavi dell’auto in mano. Non si gira a guardarmi quando,
aperta la porta d’ingresso, mi informa che esce a prendere un po’
d’aria.
Il motore romba e, dal rumore delle
ruote che sgommano sulla ghiaia, credo parta non troppo docilmente.
Sono ufficialmente una stronza.
Ha usato le mie stesse parole, mi ha
pagato con la stessa moneta. E dannazione, non avevo capito quanto
questo mio silenzio potesse essere pesante per lui. Solo ora che
Edward ha riservato lo stesso trattamento a me, capisco quanto si
possa sentirsi feriti quando chi hai davanti ti piazza, senza un
minimo di delicatezza, il suo muro. Un muro che pensavi di poter
abbattere o dove pensavi di poter aver fatto breccia, almeno per
sbirciarci dentro un pochino.
***
Non so da quanto tempo sono sola nella
sua casa. So solo che per tutto il tempo ho cercato le parole per
scusarmi, per recuperare in qualche modo la sua fiducia, il suo
rispetto. Il suo sorriso.
Posso farlo. Devo farlo.
Mi sento soffocare dalla sua assenza e
vengo presa dall’ansia quando, al calar del sole, non ho ancora
sentito la macchina rientrare, né la porta aprirsi.
Ho scansionato tutta la mia vita
fotogramma per fotogramma e ha fatto un male cane rivedermi stretta
in un angolo piena di paura e in attesa di ricevere ancora un calcio.
O sul letto sotto al suo peso a sopportare ancora una volta le sue
invasioni.
Solo quando ho esaurito le energie per
sopportare altri ricordi, vedo attraverso le finestre due fari
avvicinarsi ed illuminare l’atrio.
Dio ti ringrazio.
La portiera di un’auto viene sbattuta
con poca forza. Poco dopo una chiave si infila nella porta.
Due spalle curve, che non riconosco, su
cui poggia una camicia bianca sudata e sgualcita, fanno un mesto
ingresso in scena.
« Mi picchiava»
dico senza pensarci e senza prendere fiato «lo faceva forte, duro e
spesso. Quasi ogni giorno trovava un motivo per prendermi a schiaffi
o a sberle o a calci. ».
La mia voce è decisa, calma, ma alta.
Il volume che uso è molto elevato perché devo essere sicura che lui
mi stia ascoltando. Non ripeterò più, mai più, a nessuno, quello
che sto per raccontare a lui adesso.
Edward mi dà ancora le spalle ed è
immobile sulla porta d’ingresso.
Continuo senza ragionarci su, «sono
scappata di casa appena quindicenne per evitare percosse e attenzioni
particolari di mio padre e da allora ho vissuto nella casa dietro la
locanda. Lì ho lavorato come cuoca, lavapiatti, cameriera ogni
giorno della mia miserabile vita. Oltre ad essere stata la serva e la
concubina dell’uomo che mi ha raccolta per strada quando ero ancora
bambina».
Le lacrime iniziano a scendere e la
voce si rompe. Non ho più la scurezza di qualche minuto fa. Non so
se ce la farò a raccontare tutto.
« Continua. Ti prego.»
la sua voce è incrinata. E’
ancora fermo. Paralizzato.
Mi sento sconfitta dal dolore, ma
proseguo nel mio penoso riassunto di vita
«Quel giorno, quando eravamo sulla
scogliera, ero stata sbattuta fuori di casa. Il giorno prima avevo
combinato un guaio ed ero stata punita, come al solito. Ma quella
mattina aveva giocato pesante togliendomi tutto quello che avevo. La
casa, il lavoro, i pochi abiti e i libri che mi ero comprata
nascondendo qualche spicciolo al mese. Non avevo più niente. Non mi
restava più niente. Ed ero stufa Edward. Dio, ero stufa e stanca.
Stanca di lottare, di sopportare e di sperare. Stanca di tutto. Così
la soluzione l’ho trovata davanti a me. Non so come sono arrivata
sul quel precipizio, ma appena ho guardato giù ho capito cosa dovevo
fare. ». Mi fermo aspettando
qualsiasi cosa da lui, un gesto, una parola, un cenno con il capo. Ma
niente. Lui non fa assolutamente niente.
Così concludo «poi sei arrivato tu. E
tutto, tutto è cambiato».
Solo in quel momento Edward solleva le
spalle. Toglie la chiave dalla serratura e a grandi passi si avvia
verso il bagno. Nel silenzio che invade la casa sento aprirsi l’acqua
della doccia.
Pochi minuti dopo l’Edward che io
conosco, stanco ma sereno, si avvicina.
Indossa solo i suoi pantaloni della
tuta grigi. Il torace duro e perfetto è scoperto. Ed io mi sento
mancare quando il suo profumo fresco e pulito mi raggiunge.
Si siede sul bordo del letto dove vivo
ormai da un po’ di tempo e, con un cenno del capo, mi invita a
spostarmi.
«Fammi un po’ di posto, per favore
».
Lo accontento all’istante facendo
attenzione a non sollecitare troppo il mio corpo. Il letto è
singolo, ma Edward si distende vicino a me. Fa passare il suo braccio
dietro la mia testa. L’altro se lo posiziona a mo’ di cuscino
sotto la sua. Appoggia con grazia la mano sulla mia spalla. Scendiamo
un po’ più giù all’unisono,trovandoci distesi e abbracciati
nella penombra data dalla luce della cucina che Edward ha lasciato
aperta, forse non troppo accidentalmente, ancora prima di uscire
stamattina.
Poso il capo sul suo torace e inspiro
il suo odore. Sa si buono, sa di uomo. Sa di Edward.
Sento il suo cuore battere forte e
credo di non essere mai stata così felice in vita mia.
« E’ mia sorella. O meglio, era mia
sorella » la voce di Edward rompe
l’idillio delle mie fantasie.
Alzo lo sguardo e lo trovo con gli
occhi chiusi. La mascella contratta mi fa capire che costa caro anche
a lui parlare. Aspetto i suoi tempi con tutto il rispetto che merita.
«Aveva diciassette anni quando è
morta. Aveva una malformazione cardiaca congenita che abbiamo
scoperto poco dopo la sua nascita. Io avevo vent’ anni quando è
nata. I miei genitori hanno atteso un bel po’ per fare il bis.
L’avevano chiamata Isabella, ma per me è stata sempre e solo
Bella. Coincidenza? Destino? Sì, me lo sono chiesto anch’io. Non
lo so. Non lo so davvero» scuote la
testa ma subito continua, forse per non perdere coraggio. Esattamente
come era successo a me poco prima.
« Ho studiato medicina per poter
avere tutte le informazioni possibili su questo tipo di malattia. Ho
preso la specializzazione in cardiochirurgia e ho fatto gli stage nei
più famosi ospedali del mondo per trovare una cura, un rimedio. Una
speranza. L’ho portata con me a New York e a Losanna dai più
esperti chirurghi, ma non facevano che risponderci che era questione
di tempo. Che Bella non avrebbe sopportato interventi e che dovevamo
lasciarla vivere in pace. Negli ultimi anni ho visto operare e
operato io stesso un sacco di pazienti. Adulti, bambini, giovani,
anziani. Tanti erano casi disperati, eppure in molti ce l’hanno
fatta. Possibile che mia sorella non potesse avere almeno una
possibilità? ».
Sento un nodo alla gola «Edward io.. »
mi interrompe, forse non ha nemmeno sentito la mia voce.
«Non mi davo pace e avevamo deciso,
assieme a lei e ai miei genitori, di provare ugualmente l’intervento.
L’avrei operata io assieme ad un’equipe di medici di tutto
rispetto. Lei si fidava di me. Ciecamente. »
Vorrei trovare le parole adatte per
fargli capire che ci sono. Che sono pronta ad accettare la parte di
dolore che vorrà donarmi , che può riversarlo su di me. Ed io ne
sarò la custode gelosa.
Ma non parlo. Credo che qualsiasi cosa
detta sarebbe inutile in questo momento. Allora attendo, come lui ha
atteso me, prima.
«Era tutto pronto. Un paio di giorni
prima dell’intervento avevamo deciso di portare Bella al mare. Lei
lo adorava », un sorriso dolce
increspa le sue labbra, «mio padre aveva preso in affitto una
piccola barca a vela e le abbiamo fatto fare un giro in mare aperto.
Purtroppo è stata fatta la cosa sbagliata nel momento sbagliato. Un
temporale improvviso ha iniziato ad agitare il mare. Bella non sapeva
nuotare, il mare era molto mosso e in un attimo è volata giù dallo
scafo. Le urla di mio padre e mia madre erano più forti dei tuoni
arrivati sopra di noi in pochi minuti …»
Affondo la testa nel suo petto. Spero
lo recepisca come un abbraccio.
«… ho aspettato un attimo di troppo.
Quando mi sono tuffato lei non c’era. Non la vedevo da nessuna
parte. Sono stato in acqua non so quanto tempo, riemergevo tra le
onde sempre più alte, prendevo quel poco di fiato che riuscivo e
tornavo sotto. Ma niente da fare.»
Mi sento sopraffare dall’angoscia e
dal dolore, ma voglio che continui e che butti fuori tutto quello che
tiene segregato tra il cuore e lo stomaco.
«Il mare ci ha restituito il corpo
solo una settimana dopo. Da quel momento ho deciso che non avrei più
operato. Non avrei mai potuto. Un anno dopo l’incidente ho ottenuto
il trasferimento nel Pronto Soccorso di questo ospedale. Il resto,
più o meno, è storia di ordinaria amministrazione »
conclude stropicciandosi gli occhi con la mano che fin poco prima
dormiva sotto la sua testa.
Non so se ha cancellato le lacrime, o
se erano solo i ricordi rivisti con la mente a bruciare. I miei
occhi, e di questo sono sicura, sono colmi di pianto. Per la sua
sofferenza, per il suo rimpianto. Per tutto quello che ha dovuto
sopportare e con cui deve fare i conti, ogni santissimo giorno della
sua vita.
Ci addormentiamo in silenzio, vicini in
questo letto minuscolo, riscaldati e rincuorati dal nostro reciproco
abbraccio.
Non siamo più da soli.
Siamo due anime malconce che il destino
ha voluto far incontrare, forse, per lenire le reciproche sofferenze.
***
Sento Edward sbadigliare e togliere
lentamente il braccio da sotto le mie spalle. Mi sveglio e spalanco
gli occhi su quella meraviglia di uomo mezzo nudo disteso al mio
fianco.
«Ops, non volevo svegliarti ».
Con un finto sbadiglio cerco di
nascondere la gioia nell’averlo ancora così vicino, «non fa
niente Dottore, buongiorno.»
«Buongiorno a te.. colazione a letto?
»
Sorrido imbarazzata per il pensiero
poco innocente che mi ha appena attraversato la mente alla parola
letto, a cui avrei volentieri accostato un altro verbo.
«Ottima idea Dottor Cullen, ma oggi
vorrei venire in cucina a mangiare, se per lei va bene »
« certo! Credo sia giunto il momento
di alzare le chiappe dal materasso.. »
rido nel sentirlo parlare con tanta semplicità e confidenza «ehm,
scusa di primo mattino le mie sinapsi cervello-lingua sono
decisamente rallentate » si
corregge passandosi le dita tra i capelli.
«Fatti più in là Dottore …» lo
spingo via scherzosamente.
In un attimo Edward scende dal letto e
vi si piazza davanti a gambe larghe. Molto più lentamente, io muovo
le gambe e le faccio scendere dal materasso. Poggio il piede buono a
terra e, con molta cautela, avvicino ai palchetti quello con il
tutore.
Edward mi porge le mani, e afferro
volentieri le sue braccia, per trovare il coraggio e la forza di
raggiungere la posizione verticale che ho lasciato in standby per
qualche tempo.
Prendo lo slancio, faccio presa sui
suoi avambracci tesi, e mi alzo. Edward sostiene molto facilmente il
mio peso. Non percepisco alcuna difficoltà da parte sua nel tenermi
in equilibrio mentre la mia testa si lancia in un twist scatenato.
Appena riapro gli occhi e sento che il
capogiro è terminato, inspiro e lascio il suo sostegno.
Sono in piedi. E non provo dolore. Dio,
è meraviglioso.
«Ferma qui»
mi esorta Edward. Si allontana di qualche passo e torna con un paio
di stampelle.
«Solo per qualche giorno. Il tempo
necessario per abituarti a camminare di nuovo .. ok? »
Le accetto volentieri, un aiuto in più
non guasta. Vorrei evitare di finire spiaccicata al suolo al primo
passo da sola.
Posiziono le stampelle e, con Edward
sempre al mio fianco, cammino, o meglio saltello, fino alla cucina.
Sono stanchissima quando mi siedo sulla
sedia. Mi sembra di aver fatto chilometri, invece, guardando la
distanza che ho percorso dal letto, noto che saranno a malapena tre
metri.
Sono davvero una frana!
Mi distraggo osservando Edward alle
prese con la colazione. Finalmente posso guardarlo mentre cucina. E
fischietta.
Il profumo del caffè e delle fette
tostate è così invitante che il mio stomaco brontola sonoramente.
« Arrivo … arrivo! »
sorride Edward.
Che scemo che è, il mio Dottore.
La tazza con il caffè fumante e alcune
fette calde con la marmellata vengono appoggiate sul tavolo.
Due tovagliette americane verdi, nuove
di zecca, vengono srotolate.
Adoro le sue attenzioni. Adoro che
abbia sostituito i tovaglioli a quadretti bianchi e rossi.
«Grazie»
«non hai ancora assaggiato nulla,
magari oggi il caffè fa schifo»
risponde lui facendo l’occhiolino
«altamente improbabile»
replico, mentre addento la prima fetta tostata.
Iniziamo a mangiare seduti di fronte,
ci scambiamo qualche sguardo complice, ma non accenniamo al discorso
di ieri sera. Né a stanotte.
Nel silenzio rotto solo dal cinguettio
degli uccelli fuori dalla finestra, Edward mi coglie di sorpresa
quando, con un pezzo di pane ancora in bocca, sussurra
« Scioglili»
«cosa? »
chiedo. Non ho davvero capito a cosa si sta riferendo
«i capelli … ti stanno bene …
sciolti »
Il sorso di caffè che ho appena
immesso in bocca rischia di schizzare fuori di getto.
Tossisco perché mi è andato di
traverso. Edward ridacchia, ma ammutolisce all’istante, quando vede
la mia mano avvicinarsi all’elastico e liberare la treccia fatta in
velocità poco prima di scendere dal letto.
Ho lo sguardo abbassato sulle mie gambe
quando sento la sua sedia muoversi.
«Vado a farmi una doccia».
Ed è già in bagno quando rispondo
«ok, certo».
Ovviamente non finisco la mia
colazione, sono troppo agitata. Edward rimane chiuso in bagno per
diversi minuti, sotto lo scroscio della doccia.
Decido che stare ferma sulla sedia mi
farà impazzire,allora prendo le stampelle e tento di alzarmi.
Appena mi rimetto in piedi, un forte
giramento di testa diventa la mia unica realtà.
Non capisco più niente e, per non
finire a terra, cerco sostegno sul tavolo. Mi aggrappo alla
tovaglietta verde e faccio cadere tutto quello che vi sta sopra.
Mentre riprendo lucidità sento la
tazza e il piatto andare in mille pezzi.
Vorrei inginocchiarmi a terra per
raccogliere i cocci e pulire il casino che ho combinato, da perfetta
stupida quale sono, ma sento Edward avvicinarsi con rapidità e io
sono così dannatamente lenta nel fare i movimenti.
«Bella … Bella! »
urla. La sua voce è sempre più vicina e mi sento mancare l’aria.
Quando è di fronte a me,
istintivamente porto le braccia a proteggermi il viso. Ansimo forte.
Sono terrorizzata. Il mio incubo ritorna e sento le imminenti
percosse e le sue parole crudeli come fosse qui in questo preciso
istante.
Ma quello che sento, oggi, non è un
calcio o uno schiaffo. Un dito delicato mi accarezza la ciocca di
capelli che riposa sopra le mie mani.
La mia pelle viene sfiorata dal suo
calore. Il cuore viene riavviato dalla sua voce.
«Bella. Non tutti sono dei mostri. Io
non sono un mostro».
Abbasso le mie difese e guardo i suoi
occhi tristi. E’ bagnato fradicio e coperto solo da un paio di
bermuda che cadono morbidi sui fianchi.
«No tu non lo sei»
dico convinta. E mi tuffo contro il suo petto. Piango stretta fra le
sue forti braccia.
Ora mi sento al sicuro. Il battito del
suo cuore, il suo odore, il suo respiro tra i miei capelli.
«Nessuno ti farà più del male, te lo
prometto» mi rassicura baciandomi
la testa.
A quel tocco alzo d’istinto lo
sguardo.
I nostri nasi si sfiorano.
I respiri si fanno più ravvicinati.
Più corti.
Sento il cuore esplodermi nel petto,
quando le sue labbra morbide toccano le mie.
Chiudo gli occhi per assaporare questa
sensazione di beatitudine. Impavida come non sono mai stata, apro
leggermente le labbra per assaggiare le sue. Il bacio che Edward mi
regala è la cosa più erotica che abbia mai provato in vita mia.
La sua lingua accarezza la mia e,
insieme, danzano immerse in una melodia che le orecchie non colgono.
Sono completamente persa per lui e in
lui.
Mai, in tutte le volte che quel
bastardo si è avvicinato, mi ha donato una parte così intima di sé.
Non ero a conoscenza che un bacio potesse far provare emozioni così
forti e totalizzanti.
E non ho ancora provato niente.
Edward mi stringe forte e mi sento
bruciare dentro da un fuoco che non so riconoscere.
Vengo alzata di peso e raccolta in
braccio. Mi porta sul letto. Non sul mio letto. Sul suo letto. In
camera sua. Un letto matrimoniale. Grande, profumato di bucato.
Soffice.
Vengo adagiata sopra le lenzuola
bianche con infinita attenzione.
Apro le braccia in segno di richiamo e
di assenso. Lo voglio sopra di me. Ancora. Sempre.
Edward sorride al mio gesto. Gli occhi
gli brillano. Scende adagio e la sua bocca si impossessa della mia,
prima dolcemente, poi, con sempre più enfasi.
Le sue mani, grandi e delicate,
esplorano il mio corpo facendomi ansimare ripetutamente.
Le sue dita allentano l’elastico dei
boxer che indosso, non ho accettato la sua proposta di comprarmi
biancheria intima. Lentamente vengono calati e io ho un sussulto.
Quando rimango completamente nuda e
anche lui, davanti ai miei occhi, si toglie i pantaloni, rischio di
esplodere.
Niente biancheria intima per il Dottor
Edward Cullen.
«Bella»
pronuncia il mio nome con un affetto e una dolcezza che non avevo mai
sentito in un uomo, e neanche in una donna, a dire la verità.
«Zitto Dottore»
lo interrompo appoggiando la bocca sulla sua e imprigionando le sue
labbra e la sua lingua ancora una volta. Nessun dubbio in questo
momento. «Solo noi. »
Solo noi, Edward.
Quando Edward entra dentro di me e
inizia a muoversi, capisco, per la prima volta in vita mia, cosa
significhi fare l’amore con qualcuno.
La comunione, la condivisione che
sento, il fuoco nelle vene, il cuore che mi pulsa nel petto e rischia
di scoppiare.
L’aria che mi manca, la fame di lui e
dei suoi baci.
La voglia imperiosa delle sue carezze.
I suoi capelli attorcigliati tra le mie dita, stretti forte mentre mi
inarco per donargli la parte più profonda di me. Il bisogno dei suoi
respiri eccitati e dei sordi grugniti quando le spinte si fanno più
forti.
Lo squilibrio totale tra realtà e
sogno quando grido il suo nome invasa da una sconosciuta estasi.
Questo è fare l’amore con qualcuno.
E questa, signori, è davvero una gran
scoperta.
Quando, sfinito, appoggia la fronte
sudata sulla mia, lo stringo forte a me.
Ha un corpo meraviglioso. Sodo, caldo,
forte. Io lo adoro.
«Non so se ti ha mandata lei, non so
se è destino o semplice fatalità … »
dice con il volto affondato nel mio collo «… so solo che sei un
grande dono Bella»
«no Edward. Tu lo sei. Perché avevi
ragione. C’è una via d’uscita. C’è una possibilità. Tu
sei la mia possibilità».
Passiamo l’intera giornata a letto.
Nel suo letto. Tra coccole, carezze. Discorsi più o meno seri.
Facciamo l’amore ancora e ancora, finché, sazi di noi, ci
addormentiamo abbracciati.
E’ tardo pomeriggio quando decidiamo
di alzarci per mangiare qualcosa.
Edward mi aiuta a rivestirmi e mi porta
in braccio in cucina, dove sono rimaste le stampelle. E i resti del
mio disastro ancora a terra.
«Non pensarci neanche»
brontola Edward che ha colto la mia intenzione di raccogliere e
pulire.
Sto per rispondergli a tono quando
sentiamo qualcosa vibrare sul tavolo.
E’ il cellulare di Edward. Quando lo
raccoglie ha già smesso di vibrare. Visualizza il numero in entrata
e lo vedo incupirsi.
«Diciotto chiamate perse
dall’ospedale. Scusa un attimo, credo di dover richiamarli »
« Certo, figurati » lo tranquillizzo,
sperando che non si tratti di nulla di troppo grave, visto che sono
stata la causa principale della sua disattenzione.
« Dottor Cullen »
esordisce in tono professionale.
Dall’altra parte della linea qualcuno
sta sfiorando il monologo perché Edward rimane muto in ascolto.
Scorgo le sue espressioni prima vagamente stupite, poi corrucciate,
poi decisamente meravigliate.
« Non capisco cosa cazzo siano venuti
a fare fin qui. Comunque d’accordo. Arrivo.»
e chiude la telefonata.
Muoio dalla curiosità di a sapere di
cosa si tratta, ma Edward è ancora sopra pensiero e non proferisce
parola. E certamente non sarò io ad invadere il suo spazio. Cerco di
farmene una ragione, ma a vederlo pensieroso con il telefono in mano,
in piedi davanti a me, mi sento così estranea a lui e alla sua vita.
Come risvegliato da un sonno, di scatto
appoggia il telefono sul tavolo e si avvicina al mio volto. Mi regala
un leggero bacio sulle labbra.
« Devo andare un attimo in ospedale.
C’è stato un imprevisto e devo capire di cosa si tratta. Ti
prometto che in massimo un paio d’ore sarò di ritorno»
spiega.
« D’accordo. Non preoccuparti, me la
caverò alla grande … » lo
rassicuro, grata per non avermi messa da parte. Almeno non
completamente.
Mi scocca un altro bacio e corre a
cambiarsi.
Quando se ne và, dopo avermi fatto
promettere di non pulire la cucina, oltre a mille altre
raccomandazioni, mi sento improvvisamente sola e spaesata.
Non so quanto ci metterà Edward a
ritornare, ma certamente non posso aspettarlo seduta a questo tavolo.
Con estrema attenzione, visto che il
danno l’ho già ben che fatto per oggi, mi alzo con l’aiuto delle
stampelle e inizio a vagare per casa.
Guardo con attenzione i quadri appesi
alle pareti, quasi tutti raffiguranti angeli perfetti e innocenti.
Vedo anche appesi, in un angolo, gli
attestati di Edward. La sua laurea con lode, la specializzazione in
cardiochirurgia, i master e gli stage a New York, Boston, Roma,
Zurigo.
Sulla piccola scrivania posizionata
sotto ai tanti certificati, sono riposti ordinatamente documenti e
cartelle.
Solo un foglio spicca tra gli altri
perché accartocciato e lasciato a morire da solo al centro dello
scrittoio.
Mi guardo intorno con aria colpevole,
ma mi convinco che non sto facendo nulla di male, così lo raccolgo.
Lo apro delicatamente per non rovinarlo ulteriormente e inizio a
leggere.
La mano sale a coprirmi la bocca
spalancata in un grido silenzioso quando capisco, tra mille termini
incomprensibili e tecnici, cosa c’è scritto.
Edward deve aver fatto qualche scoperta
piuttosto importante un paio di anni fa durante un suo dottorato in
America. Deve aver pubblicato la sua ricerca su una rivista
scientifica. In questa lettera viene caldamente invitato dal Boston
Children’s Hospital ad una collaborazione, al fine di ampliare gli
ambiti di questo studio e renderlo praticabile nella soluzione di
alcune patologie cardiache specifiche.
Sono assolutamente sbalordita,
orgogliosa e allo stesso tempo spaventata da questa cosa.
Non so come abbia potuto prendere
Edward una notizia del genere, ma, dallo stato in cui si trovava la
lettera, non credo proprio entusiasticamente. Come invece avrebbe
dovuto.
***
Dopo aver letto e riletto la lettera,
dopo aver lisciato il foglio ed averlo portato sul tavolo della
cucina, dopo aver raccolto i resti del mio disastro e aver pulito in
qualche modo il pavimento, dopo aver guardato almeno trenta volte
fuori dalla finestra con la speranza di intravedere l’auto di
Edward avvicinarsi, decido che è tempo di andare in doccia.
Non potendo togliere il tutore senza
permesso e non potendolo bagnare, lo copro utilizzando una borsa di
plastica che trovo sotto al lavandino della cucina. Non è molto
fashion, ma certamente utile all’uso.
Il getto d’acqua calda che mi cade
addosso è decisamente rilassante.
Mi abbandono alla sensazione piacevole
dimenticando per un attimo il discorso che devo fare a Edward e
ripercorro il nostro incontro ravvicinato di qualche ora fa.
Non sento la porta aprirsi, né i passi
di Edward quando entra in bagno.
Sento però l’aria fresca
accarezzarmi la schiena quando le ante della doccia si aprono e
capisco che è arrivato da me.
Mi volto felice di averlo di nuovo qui.
I suoi occhi azzurro grigi mi guardano
lascivi. Il quadro perfetto è completato dal suo delizioso sorriso.
«Complimenti per la calzatura …
davvero notevole» mi prende in
giro.
«Grazie Dottore, pensavo proprio di
proporla come prototipo a quel famoso stilista di scarpe … Jimmy
qualcosa …» dico sciacquandomi i
capelli dallo shampoo.
«Jimmy Choo» precisa lui « potresti
si, farebbe furori».
Poi è un attimo. Edward si toglie le
scarpe usando solo i piedi.
«Oh Dottor Cullen non vorrai mica …»
come risposta vedo le calze volare in aria e, a piedi nudi ma
completamente vestito, mi raggiunge sotto l’acqua.
«Tu sei veramente pazzo !! »
urlo quando mi spinge in là ed entra in doccia.
«Oh si … non sai quanto »
ridacchia di rimando.
Mi fa morire dal ridere vederlo così
zuppo e mi viene da pensare a quanto è diversa ora la situazione tra
di noi rispetto all’ultima volta in cui eravamo così vicini e
bagnati.
Mossa da un’audacia che non sapevo di
avere, inizio a sbottonargli la camicia.
Lui mi aiuta sfilandosela e lasciandola
cadere sul pavimento del bagno schizzando ovunque.
Mentre mi bacia e le sue mani sfiorano
la mia schiena in una morbida carezza, gli slaccio i pantaloni e li
faccio scendere un po’.
«Complimenti per i boxer. Ottima
scelta» lo canzono quando mi rendo
conto che sono gli stessi Calvin Klein che aveva fatto indossare a me
il giorno in cui sono arrivata a casa sua.
«Stanno molto meglio a te, fidati»
ribatte con voce roca, togliendosi tutto e mandando pantaloni e boxer
a far compagnia alla camicia.
Con grazia mi volta. Gli porgo la
schiena e sento chiaramente il suo desiderio contro di me. Ma non
avevo bisogno di questo segnale per accendermi. La combustione
interna è già iniziata da un po’ e, per qualche strana legge
fisica o chimica, l’acqua che ci bagna non spegne il mio fuoco
interno, ma lo alimenta ogni minuto di più.
Edward raccoglie il flacone del
doccia-schiuma e se ne versa qualche goccia sulle mani. Le friziona
tra di loro creando una soffice schiuma. Inizia, poi, a massaggiarmi
il collo, le spalle, le braccia.
Scende sui fianchi, sui glutei, sulle
cosce. Accarezza l’interno delle gambe.
Lentamente, molto lentamente, risale e
la schiuma, sempre più abbondante, viene spalmata sul mio dorso e
sui seni, dove Edward si ferma con attenzione e devozione.
Inizio ad ansimare, aumenta la
frequenza del mio respiro. Sento che Edward è allo stesso punto.
Allora mi giro. La sua bocca mi divora
e le mani catturano in una morsa le mie gambe. Un leggero movimento
verso l’altro e mi ritrovo in braccio, completamente in suo
possesso.
Dolcemente mi adagia con la schiena
sulla parete umida e fredda della doccia, il brivido che provo al
contatto delle piastrelle non è niente in confronto a quello che
sento quando Edward ed io diventiamo una cosa sola.
L’acqua è già diventata fredda
quando mi aggrappo forte ai suoi meravigliosi capelli e perdo la
cognizione di tempo e luogo. Pochi istanti dopo, con il volto
affondato nel mio collo, lo sento grugnire il mio nome. Quella che mi
invade è una sensazione di completa appartenenza.
Appena i nostri respiri si placano,
Edward scioglie la presa e mi appoggia delicatamente a terra.
Un ultimo bacio prima di uscire,
coprirsi con un asciugamano e avvolgermi con il suo accappatoio.
Dio, come farò a lasciarlo andare?
Come farò a vivere senza di lui?
«Fai con calma, ti aspetto in cucina»
dice chiudendo la porta e mimando un bacio, lasciandomi il tempo di
raccogliere le forze e i pensieri.
Tampono rapidamente i capelli, indosso
l’ennesimo paio di suoi boxer e una sua maglietta. E’ grande per
me, ma ho bisogno di sentirmelo ancora addosso.
Tolgo il mio prototipo per Jimmy Choo e
afferro le stampelle. Un respiro profondo a scandagliare il mio
interno in cerca della sicurezza che non ho. E’ ora di fare la mia
parte per lui.
Quando, non troppo silenziosamente,
arrivo alla porta della cucina, lo trovo indaffarato a tagliare
alcune verdure.
Ha i suoi pantaloni grigi della tuta
calati sui fianchi. Il torso ancora nudo, come piace a me. I capelli
arruffati ancora umidi. Davanti a questa visione mi tremano le gambe.
Non avrò mai il coraggio di parlargli se lo guardo con questi occhi
pieni di desiderio. E amore.
«Vedo che hai mantenuto la promessa eh
», il tono che usa esprime il suo
completo dissenso pur mantenendo l’ ironia che generalmente usa per
riprendermi.
« Se è per questo neanche tu l’hai
mantenuta», ribatto, «oh, ti sei
fatto perdonare .. ma non pensare che non mi sia accorta della tua
lunga assenza».
Sento qualcosa rompersi dentro al
pensiero che presto l’assenza diventerà definitiva.
« ..assenza che ti ha dato il tempo
di capire cosa sta succedendo, mi sembra » chiarisce, lanciando un
rapido sguardo alla lettera appoggiata sul tavolo.
« Sono venuti da Boston fin qui per te
» dico annuendo.
« si ».
Cerco di trovare dentro di me il
coraggio e la convinzione per dire quello che sto per dire.
Tossisco per schiarirmi la voce, quel
maledetto groppo che ho in gola non vuole andarsene.
« Edward … io credo che tua sorella
vorrebbe che accettassi quel posto … credo che lei potrebbe
rivivere in tutte le persone a cui darai una speranza … credo
sarebbe un altro modo per salvarla …».
«Ho deciso di accettare »
mi interrompe lui continuando ad affettare.
Il groppo si fa ancora più grande.
« E fai bene»
cerco di convincere me stessa.
« Ma solo ad una condizione »
continua, abbandonando il coltello e voltandosi nella mia direzione.
Ha uno sguardo sereno, ma deciso.
« Tu devi venire con me »
conclude.
Spalanco di getto bocca e occhi. Cosa
ha detto? Non può essere vero.
Poi realizzo.
« Edward ma io non posso … »
scuoto la testa e abbasso lo sguardo fissando il pavimento ora lindo.
Dal frusciare dei pantaloni, intuisco
che si sta avvicinando. Devo spiegarmi prima che lui fraintenda
quello che sento « anche volendo seguirti e Dio solo sa quanto
vorrei farlo, io non ho nemmeno più i miei documenti, non ho … »
Sento un oggetto strusciare sul tavolo
proprio affianco a me. Nel mio campo visivo compare qualcosa di rosso
bordeaux spinto dalle sue lunghe dita. Poi un foglio grigio pallido
che ricorda tanto una carta d’identità. Sopra leggo scritto il mio
nome.
Sono pietrificata. Lo guardo d’impulso
senza avere il coraggio di chiedergli quello che mi passa per la
testa.
I suoi occhi sono limpidi, non c’è
segno di rabbia o di qualsiasi altro sentimento negativo.
«I tuoi libri, gli abiti e tutte le
tue cose verranno consegnati entro domani in ospedale»
mi spiega molto lentamente con tono pacato e sereno.
«Mio Dio Edward. Sei stato da lui!»
non posso credere alle mie stesse parole.
«Si Bella. E’ che avevo bisogno che
tu avessi tutte le possibilità di scelta. Devi essere libera Bella,
sempre.» si inginocchia ai miei
piedi e mi poggia il capo in grembo.
Le mie dita accarezzano i suoi fili
meravigliosi ancora umidi. Le lacrime mi scendono a fiumi. Nessuno,
nessuno avrebbe mai fatto questo per me. Solo lui. Solo il mio Dottor
Cullen.
«Ti ha fatto del male? »
chiedo asciugandomi gli occhi, allarmata dal pensiero che quel
bastardo possa aver messo le mani addosso anche a Edward.
«No Bella »
mi rassicura guardandomi, «c’è stato solo uno scambio di opinioni
più o meno civile. Tuttavia credo sia stata la prima volta in vita
mia che ho procurato una ferita invece di suturarla» conclude con
occhi fintamente perplessi e mimando un pugno.
« Tu sei un pazzo!» lo rimprovero,
impaurita ma colma di gratitudine.
« Si. Lo sono. Completamente »
conferma.
Nei suoi occhi leggo l’amore che
probabilmente lui sta leggendo nei miei.
«Ascoltami Bella. Capirò se non
vorrai venire. Capirò e sarò felice di rimanere anche qui al Pronto
Soccorso purché tu rimanga al mio fianco … »
Afferro con le mani il suo meraviglioso
volto e lo avvicino al mio.
Appoggio la mia fronte sulla sua. I
nostri corpi si sorreggono, così come fanno i nostri cuori. E
d’improvviso tutto mi è così chiaro. E’questo il nostro
destino.
Il tuffo che doveva portarmi alla
morte, mi ha portato Edward. Una nuova vita. La mia nuova
meravigliosa vita.
« Verrò Edward. Verrò ovunque tu
andrai. E la salverai, stavolta. »
dico tra nuove calde lacrime.
« La salveremo Bella »
pronunciano le sue labbra posate sulle mie «insieme, stavolta la
salveremo».

Sono senza parole.
RispondiEliminaMi è piaciuta da morire. Mi è piaciuto tutto: il lungo monologo con se stessa prima del salto dalla scogliera, la dolcezza disperata di questo dottore, la scoperta di un'altra possibilità, l'amore... tutto. E credo di poter dire quasi con estrema certezza che c'è solo una persona che scrive in questo modo delicato, profondo e colpisce nell'anima...
Grazie... è bellissima davvero.
So di essere in clamoroso ritardo, ma vorrei ugualmente ringraziarti anche qui per quello che hai scritto. Ed essere stata "confusa" con qualcuna del gruppo è stato per me un vero onore...grazie.
EliminaOddio che meraviglia...
RispondiEliminaNon ho parole... è... è meravigliosa.
Perfetta in tutte le sue parti, forse un pò lunga per una OS ma sei così presa dai protagonisti, dalla storia che non ti importa.
Due vite complete raccontate benissimo, una convivenza raccontata magistralmente e uno scorcio di vita insieme perfetta.
Complimenti e Grazissimo.
JB
Scusa per il ritardo, ma grazie per quello che hai scritto. Effettivamente ero preoccupata per la lunghezza della storia, ma non sono stata in grado di tagliare nessun pezzo...un po' perché era la mia prima OS, un po' perché hai ragione, ero talmente presa da questi due, che a fatica riscivo a staccarmi dalle loro vite immaginarie.
EliminaAnche a me è piaciuta davvero molto, tema interessante, i personaggi originali e ben caratterizzati, lei mi è piaciuta tanto, con la sua semplicità e la dolcezza. Lui un adorabile cavaliere, che si butta per salvarla e poi la pietra a casa sua e se ne prende cura: adorabile!
RispondiEliminaAnche tu sei stata molto brava.
Grazie!
Grazie Denise! <3
EliminaStoria molto articolata e complessa, che affronta temi delicati come l'abuso sessuale e psicologico, il desiderio di autodistruzione che ne può derivare, la malattia e il senso di impotenza e frustrazione che può sconvolgere la vita di un medico...
RispondiEliminaBen scritta, delinea con credibilità i caratteri dei personaggi principali, seguendo la nascita e lo svilupparsi del loro rapporto fino alla scoperta dell'amore reciproco.
Ti ringrazio per il commento. So che tu te ne intendi di storie e di testi in genere, quindi sono stata particolarmente contenta di leggere quello che hai scritto e di avere il tuo giudizio positivo. Grazie!
EliminaBellissima!
RispondiEliminaL'hai scritta bene e l'hai articolata ancora meglio. Non ho capito chi sei ma sono sicurissima di averti già letto prima. la prima parte mi ha lasciata perplessa, perchè un suicida che ha perso ogni speranza, difficilmente ha dei sentimenti di rabbia, ma solo vuoto, però... ci sta. Il resto è dolce, ben cadenzato, molto romantico senza eccessi di miele. Mi è piaciuta!!!
brava!
-sparv-
Devo ammettere che quando ho deciso di partecipare ero particolarmente preoccupata del tuo giudizio e di quello di Cristina, che stimo e leggo da tempo...e sono stata davvero felice di leggere questo tuo commento!
EliminaA ripensarci, effettivamente hai ragione. Forse il sentimento di rabbia verso se stessa e verso la sua vita non è il più realistico in quella situazione. Immaginandomi al suo posto mi è venuto spontaneo farle provare questo tipo sensazioni, ma credo tu abbia ragione, probabilmente chi lo vuole mettere in atto davvero ha solo un gran senso di vuoto e solitudine. Grazie per il consiglio.
1 punto!
RispondiEliminama mi dispiace non averne altri a disposizione, perchè mi sei piaciuta tanto.
-sparv-
La storia mi ha colpito molto. Ben scritta, ben articolata e ben sviluppata.
RispondiEliminaAssegno 2 punti. Grazie
Margherita
Grazie mille! <3
EliminaI miei 3 punti vanno a questa storia. La sento molto vicina, in questo particolare momento. Non che io voglia suicidarmi, intendiamoci... però non so... sto attraversando un periodo particolare con me stessa per cui... forse è questo che mi ha aiutata a scegliere visto che ero indecisa con un'altra.
RispondiEliminaGrazie <3
Elimina3 punti
RispondiEliminaMary Robert
Grazie mille <3
EliminaStoria molto bella e completa. Nasce piano e si sviluppa dolcemente sino al giusto finale, mi è piaciuta molto. Assegno a te i miei 3 punti.
RispondiEliminaGrazie per il commento e per i punti...sono ripetitiva, ma dire grazie credo sia la cosa più giusta in questa circostanza.
EliminaStoria bella e dolorosa, ben scritta e ben articolata nei vari passaggi, belli i personaggi e commoventi i loro cuori generosi, non è una critica, piuttosto una riflessione che mi hai ispirato Autrice: ci vuole sempre un uomo per salvare una donna? magari avremo occasione di parlarne.
RispondiEliminaCaroline
Grazie Caroline per il commento, i punti ma anche per la riflessione interessante che hai posto.
EliminaNo, io non credo un uomo sia indispensabile per la salvezza una donna. Credo le donne abbiamo una gran dose di coraggio nel DNA e che abbiano la capacità e la forza di affrontare situazioni di vita difficili anche senza avere al proprio fianco un uomo. Diverse grandi donne facenti parte di questo gruppo lo dimostrano.
Credo anche però che incontrare sulla propria strada un uomo come questo Edward che ho voluto inventare e raccontare, possa essere un valore aggiunto e possa aiutare la donna che ha al proprio fianco a vivere la vita in modo più pieno, positivo e consapevole. La mia Bella in questo specifico racconto si, aveva estremamente bisogno di lui perché, non avendo conosciuto nessun tipo di amore prima, ha potuto constatarne l'esistenza solo grazie a questo uomo che l'ha fatta ricredere sul valore della vita in genere e sulla sua in particolare.
Grazie mille <3
2 punti
RispondiEliminaCaroline
Di questa storia mi è piaciuto tutto. Come è scritta, la delicatezza con la quale è sviluppata, i momenti in cui è suddivisa. Personalmente trovo di una difficoltà assoluta scrivere le one shot e la tua è di un equilibrio e contemporaneamente di un'intensità che mi hanno colpita al cuore e mi hanno fatto sognare. Anche i passaggi più erotici sono descritti in modo caldo e coinvolgente, senza mai essere forzati o volgari. Insomma, ti ho trovata bravissima e sei stata una sorpresa per me decisamente piacevole!!! I MIEI 3 PUNTI VANNO A TE. Cristina.
RispondiEliminaTi ho già ringraziata un sacco di volte, ma voglio farlo una volta di più anche qui. Lo sai quanto siano contati per me i tuoi messaggi e i tuoi punti, ma soprattutto sapere che la storia ti è piaciuta e l'hai trovata scritta bene.
EliminaGRAZIE!
Hai anche i miei 3 punti
RispondiElimina2 punti
RispondiEliminaBellissima e toccante, un tema affrontato con una delicatezza unica. Brava!
Grazie mille!
EliminaUna storia meravigliosa, che colpisce dritta al cuore. Bravissima. 2 punti
RispondiEliminaGrazie davvero
Elimina1 punto :-D
RispondiEliminaAssolutamente la mia preferita fra le varie scritte in questo contest. I miei 3 punti vanno a questa storia. Dietro si vede che c'è un bel lavoro. La trama è carinissima, commovente e romantica. Sarà che mi piacciono le storie sofferte che poi si concludono con un lieto fine. Una favola moderna. Il bel Dottore che salva la vita di Bella, che destino ha voluto si chiamasse come la sorellina che non ha potuto salvare anni fa. Mi è piaciuta molto questa analogia. I tormenti di Isabella prima di gettarsi in mare, mi hanno toccata perché nessuna donna merita di essere trattata così, anzi nessun essere umano. Indi non posso biasimarla se ha deciso di farla finita non vedendo più un futuro per se. Spero trovi una nuova se stessa con questo uomo straordinario che sembra uscito dalle pagine di una favola di altri tempi.
RispondiEliminaComplimenti, bravissima.
Grazie davvero, sono felice di aver toccato corde sensibili e di aver fatto vivere, in qualche modo, le sensazioni che anch'io ho provato scrivendo questa storia,
EliminaGrazie
Questa storia è veramente bella e intensa. La vita di Bella è stata terribile sin dall'infanzia, il gesto estremo che ha compiuto rappresenta l'ultimo grido di dolore, l'ultima lacrima versata per una vita che non ritiene degna di essere vissuta. Sarebbe facile dire che non sono d'accordo col gesto ma trovarsi in determinate situazioni è molto differente dal sentirne parlare. L'arrivo di Edward ha salvato non solo il suo corpo ma soprattutto il suo cuore.
RispondiEliminaComplimenti.
Grazie mille....l'arrivo di Edward ha salvato tutto è vero. Tutto quello che lei era disposta a giocarsi.
EliminaE sinceramente sono riuscita a commuovermi da sola alla fine quando decidono di incamminarsi insieme per una nuova vita.
GRAZIE!
2 punti
RispondiEliminaIntensa e magica. Si sono salvati a vicenda e ho goduto la rivalsa sulla bestia. Complimenti.
RispondiElimina