L’ultimo
viaggio
«Brutto
stronzo! Questa non me la doveva fare! Che vadano a farsi fottere,
lui la barca e l’esercito!»
Edward
stava attraversando la passerella che collegava il Twilight, la ormai
non-più-sua barca di undici metri, al porticciolo dov’era
ormeggiata. Doveva caricare a bordo le provviste necessarie per i due
giorni di navigazione che ci sarebbero voluti per raggiungere il
porto di Virginia Beach, dove il signor Volturi sarebbe venuto a
prenderla, visto che l’aveva acquistata qualche giorno fa da suo
padre.
«Solo
l’esercito può rimetterti in riga, razza di delinquente!» disse,
scimmiottando la voce e il tono burbero del suo vecchio.
«Testa
di cazzo!» urlò con la sua voce, buttando a terra la scatola con le
provviste. Il suono di vetri infranti gli strappò un urlo di
frustrazione seguito da una serie di imprecazioni a voce ancora più
alta. «Merda! Le birre! Pagherai anche queste, vecchio stronzo!»
Verificò
i danni notando che, fortunatamente, solo una bottiglia si era rotta,
le altre undici erano ancora intatte. «Grazie a Dio! Almeno qualcosa
che va per il verso giusto.»
Si
sbrigò a raccattare i vetri infranti e ad asciugare la birra prima
che potesse macchiare lo splendido ponte di legno del suo amato
Twilight, poi asciugò e pulì tutte le altre provviste, prima che
ogni cosa prendesse il gusto della birra. «Uhm, forse avrei dovuto
pulire prima queste,» borbottò fra sé con una scatola di cereali
tra le mani, ormai irrimediabilmente fradicia di birra. «Oh, al
diavolo!» urlò lanciandola direttamente giù dalla scaletta che
portava alla parte sottocoperta, nel piccolo salottino. Scese a
sistemare alcune provviste nel frigo, poi attraversò in senso
opposto la piccola passerella e tornò sul pontile per andare a
recuperare dall’auto la borsa con i pochi cambi di vestiti che si
era portato per quegli ultimi momenti di libertà.
A
quell’ora il piccolo porto stava appena iniziando ad animarsi,
dopotutto era solo l’alba e i primi turisti sarebbero arrivati tra
un paio d’ore. Il suo sguardo compì una panoramica per imprimere
bene nella sua memoria ogni angolo, ogni negozio, il colore diverso
di ogni casa costruita attaccata alle altre, l’aria di quel luogo
così caratteristico, in cui il profumo del pane appena sfornato si
mescolava meravigliosamente con quello salato del mare.
Oh,
Dio! Adorava quel posto e gli sarebbe mancato da morire. Senza
rendersene conto, sentiva crescere piano piano un groppo in gola per
la piega schifosa che avrebbe preso la sua vita da lì a qualche
giorno e per la nostalgia che già sentiva salire per quel posto, che
considerava quasi come una casa. Si riscosse da quello strano torpore
quando gli giunse una voce femminile che imprecava quasi urlando, e
si guardò attorno cercando di individuarne la fonte.
E
la vide.
«Merda!
Merda! Merda!» Quella ragazza, più o meno della sua età, batteva
il piede a terra mentre inveiva, guardando l’orario degli autobus
su un foglio appeso fuori dalla stazione.
La
scena fece sorridere Edward perché, parolacce a parte, gli sembrava
di vedere la sua sorellina di otto anni, Alice.
«Merdaaaa!»
Imprecò ancora e questa volta lui si accorse, dal tono di voce, di
quanto lei fosse vicina a scoppiare a piangere, così si avvicinò.
«Ehi,
tutto bene?»
«No!
Questo paese dimenticato da Dio fa schifo!» gli rispose urlando ma
senza voltarsi a guardarlo, con gli occhi fissi sulla tabella con gli
orari degli autobus, forse con la speranza che, se l’avesse fissata
abbastanza a lungo, sarebbe comparsa una nuova corsa.
«Dove
devi andare?» Le chiese.
Finalmente
lei si girò e gli lanciò una veloce occhiata, appoggiò la schiena
alla parete e si lasciò scivolare fino a terra, «Ovunque. Mi basta
andar via di qua. Ne ho davvero abbastanza.» Poi appoggiò la fronte
sulle ginocchia e iniziò a singhiozzare.
«Io
sto partendo, se vuoi posso darti un passaggio.»
Quasi
non lo lasciò finire che proruppe in un «Sì!» alzando di scatto
la testa, incredula, rivelando le guance rigate dalle lacrime.
Lui
le sorrise, allungò la mano verso di lei e l’aiutò ad alzarsi.
«Mi chiamo Edward,»
Lei
ricambiò il sorriso e si asciugò le lacrime dal viso con la mano
sinistra, «Io sono Isabella, ma tutti mi chiamano Bella. Grazie di
cuore, non immagini quanto sia importante per me!»
Edward
raccolse da terra lo zaino di Isabella e se lo mise in spalla, si
incamminò verso la sua Volvo S60R parcheggiata lì vicino, aprì il
portabagagli e recuperò la sua borsa da viaggio per poi proseguire
verso il piccolo porto.
«Ma…
Non è quella la tua auto?» chiese Isabella vedendo che si dirigeva
da un’altra parte.
«Sì,»
rispose Edward, «ma ce ne andremo con quello,» disse, allungando il
braccio verso il Twilight.
«Wow!
È tuo?» chiese sbalordita, guardando la barca lunga undici metri.
«Yes!»
le rispose Edward con orgoglio. Certo, non l’aveva comprato con i
suoi
soldi, ma questo era solo un piccolo dettaglio di nessuna importanza.
Isabella
rimase affascinata, non era mai salita su una barca così lussuosa.
Edward l’aiutò a salire a bordo dal ponte a poppa, dove vi erano
un divanetto ad angolo e un tavolinetto sulla sinistra e un mobiletto
bar sulla destra. Subito dopo il mobile bar si trovava la plancia di
comando e, accanto, i pochi scalini che portavano sottocoperta, dove
regnava un lusso che non avrebbe mai creduto possibile trovare su una
barca. L’intero ambiente era open-space: vicino agli scalini, a
destra c’era un piccolo angolo cucina, mentre di fronte un
salottino con un divanetto semicircolare e un piccolo tavolino. Il
bagno, anche se c’era solo l’indispensabile, era molto elegante e
curato. Dopo il salottino c’era la cuccetta di prua con un letto
matrimoniale, mentre dietro alla scaletta dalla quale erano scesi,
c’era la cuccetta di poppa, un po’ più grande della prima.
Edward
appoggiò la borsa di Isabella nel posto letto più piccolo, mentre
la sua in quella più grande.
Si
guardarono un po’ imbarazzati, come se solo allora si fossero resi
conto di essere soli, poi lo stomaco di Isabella brontolò
sonoramente, imporporando le sue guance e facendo ridere Edward.
«Scusami,»
gli disse, «Non ho fatto colazione,»
«E
che aspettavi a dirmelo? Che fossimo in mare aperto? Dai, andiamo!»
***
Dopo
colazione salparono. «Allora signorina, dove la porto?» chiese
Edward allontanando il Twilight dal piccolo porto.
«Dove
desidera, capitano, non c’è nessuno che mi aspetta e ho voglia di
vedere il mondo.»
Nonostante
avesse parlato col sorriso, Edward si era accorto del tremore nella
voce di Isabella: si chiese cosa le fosse successo e cosa l’avesse
portata a piangere quella mattina per voler scappare da quel posto.
Durante la colazione lui le aveva illustrato il piano di viaggio per
quei due giorni ma nessuno dei due era entrato nei dettagli della
propria vita.
La
mattinata trascorse tranquilla. Mentre Edward era al timone, Isabella
aveva trascorso un po’ di tempo sul divanetto lì accanto e il
resto del tempo a prendere il sole sul ponte di prua.
In
quella manciata di ore, lui aveva ritrovato la serenità. Era sempre
stato così: il contatto con l’acqua, che si trattasse di navigare
sul suo amato Twilight o di nuotare, lo aiutava in mille modi
diversi, ma ogni volta dall’acqua sapeva attingere ciò di cui
aveva bisogno, fosse la serenità per pensare e prendere decisioni
importanti, o trovare l’energia e la carica per affrontare un
avvenimento difficile o impegnativo.
Per
Isabella era lo stesso, non era mai stata in una barca così
lussuosa, ma le bastava guardare il mare, l’oceano. Si sentiva bene
dopo averlo fatto, come se avesse parlato con un amico e ne avesse
ricevuto un consiglio utile o il conforto necessario e, quella
mattina, sapeva che stare lì, in compagnia dell’oceano, delle
chiacchiere delle sue onde, era l’unica cosa che avrebbe potuto
mandare via la tristezza.
Quando
fu ora di pranzo, Edward fermò la barca in mare aperto, aveva voglia
di un po’ di silenzio, di ascoltare il rumore delle onde.
Non
appena la barca si fermò, Isabella lo raggiunse, probabilmente
curiosa di sapere perchè si fossero fermati. Gli camminava incontro,
sistemandosi la parte superiore del bikini e a Edward si mosse
qualcosa nello stomaco, che poi scivolò più giù, dentro i bermuda,
pensando che avesse preso il sole con addosso solo le mutandine. O,
forse, neanche quelle.
Naturalmente
non era la prima volta che si trovava da solo con una ragazza sul
Twilight, e spesso erano più disinibite e svestite di quanto fosse
Isabella, ma lei gli faceva uno strano, piacevole effetto. Quando la
guardava, il suo cuore accelerava e, ripensando a quanto era
arrabbiato quella mattina, gli sembra impossibile che la sola
presenza di quella ragazza gli avesse fatto passare completamente il
malumore. Isabella non era molto alta, sicuramente sotto al metro e
settanta centimetri, aveva i capelli scuri e lisci, lunghi fino a
metà schiena ma li portava raccolti in una specie di disordinato
chignon fermato, non sapeva come, da una matita. Si meravigliò che
fosse davvero possibile farlo, l’aveva sempre creduta una leggenda
metropolitana. Isabella, inoltre, aveva gli occhi scuri e profondi
color cioccolato al latte, quello buono e pregiato che gli piaceva
tanto e il seno non era tanto grande, perfettamente in linea col suo
fisico minuto, con gambe lunghe e snelle e un meraviglioso culetto
alto e sodo.
Dal
canto suo, Isabella era rimasta meravigliata dalla gentilezza di
Edward, di cui si era fidata subito, anzi di più, si era aggrappata
a lui per fuggire da quello schifo di situazione in cui si era
cacciata e ora si trovava in mare aperto con lui, un perfetto
estraneo, di cui, non sapeva perché, si fidava così tanto. Non
sapeva se, prima o poi, lui le avrebbe presentato il conto per la sua
ospitalità, ma, non sapeva il perché neppure di questo, ne
dubitava. Era convinta che lui fosse davvero il classico bravo
ragazzo,
quello di cui avrebbe potuto innamorarsi facilmente. Mentre gli
andava incontro, reggendosi al tientibene
per non perdere l’equilibrio a causa del rollio causato dalle onde,
lo guardò per bene. Era molto alto, almeno un metro e novanta,
snello e longilineo, aveva il fisico forgiato dallo sport che gli
aveva donato spalle ampie e addominali scolpiti, oltre a gambe lunghe
e muscolose. I capelli avevano un colore strano, indefinito, una
specie di castano chiaro con dei riflessi rossi o, più precisamente,
biondo ramato, che portava scompigliati e spettinati, come se si
fosse appena alzato dal letto, pensiero che le provocò un brivido
leggero che le scorse lungo la schiena. E i suoi… Oh, Dio, i suoi
occhi erano incredibili, magnifici, di un azzurro così limpido e
così raro che pensava fosse possibile trovarlo solamente nei
romanzi.
Pranzarono
sul ponte di poppa, spazzolando il vassoio di sandwich che Edward
aveva comprato quella mattina, appositamente per il viaggio, in uno
dei suoi negozi preferiti nel paesino nel quale si erano incontrati.
Non
ripartirono subito ma rimasero a chiacchierare e a prendere il sole,
pigramente sdraiati sul divanetto, mentre discutevano di sport,
soprattutto basket e football, sfidandosi sulle formazioni delle
squadre degli ultimi anni e sui trionfatori dei vari campionati.
«Che
ne dici di un bagno per rinfrescarci?» propose Edward a metà
pomeriggio. Di ripartire non ne aveva assolutamente voglia: ogni
miglio che avrebbe percorso, lo avrebbe avvicinato sempre di più
all’inizio della sua nuova, schifosissima vita, e lui non aveva
nessuna intenzione di correrle incontro a braccia aperte.
«Stai
scherzando?!» Gli chiese Isabella, con l’espressione sconvolta, «E
gli squali?»
«Squali?
Ma non ci sono squali, qui, le correnti sono troppo fredde per loro.
O troppo calde, ora non ricordo.»
Isabella
lo guardò titubante, Edward le sembrava sicuro che non ci fossero,
ma non era sicura che lo sapessero anche gli squali. «Mmhh… e il
Kraken?»
Lui
spalancò gli occhi, divertito, ma cercò di mantenersi serio, «Vedi
forse Jack Sparrow e la Perla Nera, qui attorno?»
«Ridi
pure, ma in ogni leggenda c’è un fondo di verità! E il calamaro
gigante?» Isabella era serissima e Edward non riusciva a capire se
fosse una brava attrice o se credesse sul serio a tutte quelle
pagliacciate.
Sbuffò.
«Siamo troppo piccoli per attirare l’attenzione di quei bestioni.
Dai! Solo un paio di tuffi!» mentre lo diceva, iniziò a spogliarsi
della tshirt e rimase con addosso solo i bermuda. «Allora? Vieni?»
Lei
scosse la testa e non prese la mano che lui le porgeva. «Uff, non
sai cosa ti perdi. L’acqua qui è spettacolare!» detto questo, le
voltò le spalle e si tuffò con un grido alla Tarzan. Isabella
rimase in ansia finché non lo vide risalire pochi metri lontano dal
Twilight con un sorriso strepitoso dipinto in faccia. «Allora, hai
visto che non c’è nessun mostro marino?»
Con
poche bracciate si avvicinò alla barca e salì agilmente dalla
scaletta. Le tese nuovamente la mano, «Allora, vieni?» Lei era
ancora incantata dal suo splendido sorriso, sincero e contagioso, e
dalle goccioline d’acqua salata che gli scivolavano sul corpo
scolpito e muscoloso, e non si rese conto di afferrare la sua mano e
di tuffarsi insieme a lui. L’acqua era fredda sul suo corpo
scaldato dal sole e, appena risalì, le scappò un grido. Nuotarono e
scherzarono, schizzandosi, per una buona mezz’ora, finché,
infreddoliti e sfiniti, risalirono a bordo. Edward l’aiutò e la
coprì subito con un asciugamano asciutto, sfregandole le braccia con
le mani per aiutarla a scaldarsi. Non riuscì a trattenersi dal far
scivolare lo sguardo sul seno di Isabella, che l’acqua fredda aveva
contribuito a risvegliare.
«Sei
un bravo nuotare, sei a tuo agio in acqua.»
Lui
annuì con energia, «Oh, sì! L’adoro! L’acqua mi carica, mi dà
energia. Oppure mi rilassa, dipende di cosa io abbia bisogno. Non c’è
nulla che una bella nuotata in mare aperto non possa risolvere.» O
quasi,
pensò, cercando di non ascoltare la tristezza venuta a bussare al
suo cuore.
Isabella
notò che parlando dell’acqua gli si era illuminato lo sguardo,
quasi come se avesse parlato di una ragazza, ma poi una leggera ombra
aveva incupito quegli occhi meravigliosi.
«Anche
tu te la cavi bene,» le disse, asciugandosi a sua volta.
«Sono
nata in un paesino di pescatori, credo di aver imparato prima a
nuotare che a camminare e non mi piace vivere lontano dal mare. Però
non ho mai fatto un viaggio come questo, su una barca del genere. La
mia famiglia è piuttosto modesta.»
Chiacchierando,
si sdraiarono sul prendisole di poppa e, una volta asciutti e dopo
aver mangiato un gelato, ripartirono, navigando per un’altra ora.
«Ti
piace il pesce?» Le chiese lui dopo un po’.
«Uhm,
sì, è simpatico, perché?» Gli rispose prendendolo in giro.
«Dai,
scema, rispondi.»
«Se
ti dico di sì, non è che ti metti a pescare e poi mi tocca
sventrarlo e cucinarlo, vero?»
Lui
rise, divertito. «No, tranquilla. Volevo portarti a cena, da queste
parti conosco un ottimo ristorantino in cui cucinano il pesce in modo
squisito.»
Isabella
si guardò intorno ma vide solo l’acqua blu dell’oceano.
«Da
qui ci mettiamo al massimo un’ora e mezza per arrivare alla costa.
Non farti pregare. Dai Isabella!» Le rivolse nuovamente quel
sorriso, quello che, ne era sicura, lui sapeva essere in grado di
convincere qualsiasi ragazza a fare qualsiasi cosa. Qualsiasi.
Ma il suo problema non era che lei non volesse
andarci, il fatto era che non potesse
farlo, così decise di essere sincera. «Edward, io non posso
permettermi di cenare al ristorante, non sono-»
Edward
la interruppe, «Isa, guardati attorno. Secondo te non posso
permettermi di offrirti la cena?»
Lei
scosse la testa, improvvisamente si sentì un po’ a disagio, come
se lui le avesse fatto sentire la differenza di classe sociale tra
loro.
Lui
lo capì, inserì il pilota automatico e le si avvicinò,
inginocchiandosi per essere alla sua altezza, le prese le mani tra le
sue. «Non volevo dire quello, ma solo che voglio cenare con te. Non
era mia intenzione umiliarti o qualsiasi altra cosa io abbia fatto.
Ti prego, vieni a cena con me.»
Il
suo sguardo era dolce e sincero e lei annuì con un timido sorriso.
Edward cambiò rotta e lasciò inserito il pilota automatico mentre
andò a fare la doccia e, quando ebbe finito, toccò a Isabella. Si
sentì leggermente accaldata dall’entrare nella piccola cabina in
cui era appena stato Edward e non dipendeva certo dalla temperatura
della stanza. Non c’era traccia di vapore nel piccolo bagno, e
Isabella si chiese perché si fosse fatto la doccia con l’acqua
fredda. Che fosse solo per lasciarle l’acqua calda?
Indossò
un vestitino bianco con stampati dei piccoli fiori rosa e rossi e
sulle spalle mise un golfino leggero, il risultato era curato e quasi
elegante. Edward era bellissimo, anche se indossava un semplice paio
di jeans sbiaditi e una camicia bianca con le maniche arrotolate al
gomito. Attraccarono in un piccolo porticciolo in cui, i pochi che si
trovarono a passare, rimasero a fissare la sua barca che risaltava
contro le altre che si vedevano da quelle parti, perlopiù, barche di
pescatori.
Il
ristorante era piccolo e pittoresco, la cena fu ottima e il vino
freddo e superbo. Conversarono amabilmente raccontandosi aneddoti
della loro vita, gli studi, gli hobbies e le passioni. Ben presto il
vino finì e ne ordinarono un’altra bottiglia. Quando risalirono
sul Twilight erano solo leggermente ubriachi e presero il largo. Dopo
mezz’ora di navigazione, Edward raggiunse Isabella sul ponte di
prua, portando due bottiglie di birra. Entrambi si erano cambiati e
ora indossavano solamente una tshirt e degli shorts. Bevvero
chiacchierando, ben presto le loro bottiglie finirono e Isabella andò
a prendere due lattine di Coca Cola, giusto per cercare di non
ubriacarsi del tutto. Quando toccò a Edward, però, portò ancora
due bottiglie di birra e, quando fu nuovamente il turno di Isabella,
decisero di traballare fino al ponte di poppa, più vicino sia al
bagno che al frigorifero.
«E
così,» gli stava raccontando, «dopo che, come una scema, ho
attraversato tre Stati in autostop per
lui,
quello stronzo che fa? Mi butta giù dal letto alle cinque e mezza di
mattina perché sta arrivando la
sua ragazza?
Ma brutto testa di-» s’interruppe tossendo un sorso di birra che
le era andato di traverso, poi riprese a biascicare, «Sono stata
anche troppo signora a limitarmi a dargli una ginocchiata nelle
palle! Almeno avessimo fatto una bella scopata! Nooo! Il signorino
era pure poco dotato e troppo veloce e non ha fatto altro che
grugnirmi nell’orecchio per tutti i trentadue secondi!»
Edward
scoppiò a ridere così all’improvviso, che una parte del sorso di
birra che stava bevendo gli uscì dal naso, e l’altra metà gli
andò di traverso.
«Piccola,
quando vuoi una scopata come si deve, non hai che da chiedere!»
farfugliò lui. Isabella non fece in tempo ad arrossire, che Edward
continuò, «E io? Che dovrei dire del mio vecchio? Solo perché ho
distrutto la mia Aston Martin Vanquish e l’M3 Cabrio di Rosalie, mi
sono fatto qualche canna e qualche volta mi hanno sospeso da scuola,
ti sembra il caso di mandarmi nell’esercito?»
«Ti
hanno sospeso da scuola? E perché?»
«Solite
cose: un paio di volte sono stato beccato a fumare una canna e
l’ultima perché stavo facendo sesso nell’aula di chimica.»
«Nell’aula
di chimica? Forte! In mezzo a tutti quei vetrini, i vasetti col fumo…
fico!» Isabella rideva così tanto che aveva le lacrime agli occhi e
faceva fatica ad articolare le parole.
«E
dove dovevo farmela la professoressa di chimica?» rispose lui,
rimanendo senza fiato dal ridere, seguito dalle nuove risate di lei.
Anche se, ormai, erano talmente ubriachi che più che risate,
entrambi emettevano strani suoni che ricordavano vagamente il raglio
di un asino.
Pian
piano, le loro risate si smorzarono, ormai era notte fonda e
Isabella, senza accorgersene, si addormentò con la fronte appoggiata
al tavolinetto. Edward cercò di svegliarla scuotendola
delicatamente, poi con più energia, la chiamò, ma non c’era
niente da fare: Isabella russava beata. Non poteva lasciarla lì,
avrebbe rischiato di rompersi l’osso del collo o di cadere in
acqua, perciò decise di prenderla in braccio, o almeno provarci, e
portarla di sotto. Si rese conto, però, di essere troppo ubriaco:
faceva fatica perfino a camminare per conto proprio, figuriamoci
portare lei in braccio, quindi decise, poco cavallerescamente, di
metterle le braccia sotto le ascelle e trascinarla. Dopo pochi passi
si rilassò, «Ok, ce la fac-» mormorò, ma mise il piede in fallo
nel primo scalino e volò, letteralmente, all’indietro, atterrando
di schiena sul pagliolo con un tonfo. Fortunatamente per lei,
l’istinto gli aveva fatto serrare la presa sulle braccia di
Isabella affinché la tenesse stretta e atterrasse sopra di lui,
completamente a peso morto, schiacciandolo al suolo.
«…cio!
‘azzoporcaputtana» esalò in un respiro, cercando di rendersi
conto se lei gli avesse schiacciato qualcosa di vitale, oltre ai
gioielli di famiglia.
«Ma
come cavolo fa a dormire ancora?!» Si chiese Edward vedendo che
Isabella non era stata minimamente disturbata dalla caduta.
Quando
si sentì in grado di muoversi e riprese a respirare normalmente,
scivolò da sotto il corpo di Isabella, la trascinò per le braccia
fino al letto e ce la issò sopra per poi, esausto, crollare
addormentato accanto a lei.
***
La
luce del mattino li colse abbracciati, Edward mezzo sdraiato su
Isabella, con la guancia pigramente appoggiata sul suo seno destro,
mentre con la mano le stringeva delicatamente il sinistro. Il dolce
rollio del Twilight li cullava pigramente, mentre lo sciabordio delle
onde cantava per loro un dolce buongiorno.
In
quella pace, solo una cosa era dannatamente fastidiosa, ma nessuno
dei due riusciva a svegliarsi abbastanza da rendersi conto di cosa
fosse: la vivevano come un elemento estraneo nei loro sogni.
«Ma
che cazzo…» Edward si sentì tirare dolcemente i capelli e aprì
pigramente gli occhi.
«Edward?»
In
quel momento, mentre si stava lentamente svegliando da un bellissimo
sogno in cui Isabella, completamente nuda, apriva lussuriosa le gambe
per accoglierlo dentro di sé, riconobbe la provenienza di quel
trillo fastidioso che il suo inconscio aveva erroneamente attribuito
a un allarme antifumo.
Magari
lo fosse stato.
Si
alzò di scatto da quel cuscino perfetto, gattonò fino ai piedi del
letto e tentò di fare un salto per rimettersi in piedi ma,
evidentemente, era ancora troppo assonnato e ubriaco e rovinò
comicamente a terra, battendo il viso sul pagliolo. Imprecando e
smadonnando si rialzò, solo per inciampare nei suoi piedi dopo pochi
passi e cadere sulle scale, per poi rialzarsi e salire i gradini
a gattoni, aggrapparsi alla plancia di comando per issarsi e
afferrare un telefono enorme che Isabella, che lo aveva seguito
curiosa, immaginò fosse un telefono satellitare.
Edward
ansimò quando, con un braccio davanti agli occhi per ripararli dalla
forte luce del giorno, rispose con un grugnito.
«Allora,
buono a nulla! Fra quanto arrivi? Sei in ritardo di due ore!»
«Merda!»
bisbigliò Edward, scivolando a terra fino a trovarsi sdraiato con la
faccia sul ponte. Lanciò uno sguardo a Isabella, che lo guardava
seduta sul divanetto sottocoperta, bellissima anche con i capelli
meravigliosamente arruffati. «Che ore sono?» mimò con le labbra.
«Edward!
Incapace! Mi senti?» tuonò suo padre Carlisle.
«Sì,
sono… sono qui, signore!» Volse lo sguardo verso Isabella, che
mimò, con le labbra, «Quasi le 13,»
«Cazzo!»
sussurrò. Poi prese un respiro e si rimise seduto, «ho avuto un
contrattemp-»
«Contrattempo
un cazzo!» urlò Carlisle. Edward immaginò una grossa vena
spuntargli in mezzo alla fronte, in verticale, e la vide pulsare.
«Vedi di arrivare entro questa sera o-»
«O
cosa?» lo interruppe Edward.
Isabella
lo guardò, era arrabbiato e scuro in volto, gli occhi brillavano e
sembrava che stessero per fare scintille. In quel momento, lo trovò
tremendamente sexy.
«O
cosa?» ripetè Edward, questa volta urlando, poi, lentamente, si
alzò. Ora era molto più sveglio di prima, ma, probabilmente per
l’agitazione, faticava a reggersi in piedi e si appoggiò col
sedere alla plancia di comando. «Arriverò se
e quando
lo vorrò io, siamo intesi?» attese una risposta ma Carlisle era
stranamente senza parole. Edward allora continuò, «e se non ti sta
bene, puoi andartene a fancuuuulo!» urlò, lanciando l’ingombrante
telefono in mare aperto, che cadde in acqua con un pluf
e affondò velocemente.
Stava
ancora ansimando, con lo sguardo fisso sul punto in cui aveva visto
affondare il telefono, quando Isabella gli disse, «Hai idea di
quanto inquini, quel coso?»
Lui
la fissò senza parlare per alcuni istanti e poi, piegandosi in
avanti con le mani sulle ginocchia, sussurrò, «Che cazzo ho fatto?
Mi ucciderà! Questa volta il vecchio mi ucciderà!»
Isabella
gli si avvicinò e s’inginocchiò di fronte a lui, gli mise le mani
sul viso e glielo sollevò, costringendolo a guardarla. «Sono fiera
di te! Sei stato super!»
Lui
spalancò gli occhi. «Non dire stronzate! Mi taglierà i viveri!
L’auto, la barca, l’Università… tutto!»
Lei
fece un profondo respiro e gli sorrise, spiazzandolo. «L’auto
l’hai distrutta, la barca te l’ha già venduta, l’università
non l’avresti fatta perché tra poco saresti partito per
l’Esercito… per quanto riguarda i viveri, sei giovane e sano, le
tue braccia funzionano. Mandalo a quel paese e trovati un lavoro,
fagli vedere chi sei!»
«Un
coglione sono, Isa! Non so fare niente nella vita, a parte ubriacarmi
e fare casini!»
«E
allora impara! Non sei un idiota, Edward! Vivi! Lavora! Ama! Fai
quello che ti piace, quello che ti pare, ma basta vivere come una
pulce attaccata al culo di tuo padre! Cresci!»
Lui
spalancò gli occhi e la guardò, fissò lo sguardo in quelli di lei
e li trovò meravigliosi. E capì che aveva ragione: basta vivere
sulle spalle di Carlisle, poteva farcela da solo. Doveva solo
provarci.
«Hai
ragione! Muoviamoci!» Si alzò e si mise ai comandi, tirò su
l’ancora e accese i motori.
«Yu-uu!
Grande Edward! E dove andiamo?» Isabella gli gettò le braccia al
collo e lo strinse forte, orgogliosa di lui e di se stessa per
avergli fatto un discorso così maturo.
«Non
lo so, nella prima cittadina decente, devo sbrigarmi a comprare
vestiti e cibo, prima che mi blocchi le carte di credito. Non credo
farà nulla prima di domani, non gli verrà sicuramente in mente ma è
meglio giocare d’anticipo!»
Mentre
Isabella lo guardava sbigottita, visto che non era proprio quello che
gli aveva consigliato di fare, lo splendido sorriso di Edward gli
illuminava lo sguardo e lo rendeva bellissimo.
Ci
misero un paio d’ore per approdare a una cittadina abbastanza
grande da permettere una giornata di shopping e svaghi, e avrebbero
impiegato solo un’ora in più per arrivare al porto in cui
l’attendeva Carlisle, ma Edward non voleva rinunciare così presto
al Twilight, alla sua libertà e, soprattutto ad Isabella. Lei lo
faceva stare bene, lo faceva ridere e gli trasmetteva quella
spensieratezza di cui aveva bisogno. Il suo discorso lo aveva scosso,
non voleva entrare nell’esercito e tanto meno voleva andare in
guerra. Aveva una possibilità di non andarci? Bene, ci si sarebbe
aggrappato con le unghie e con i denti, avrebbe contato solo sulle
sue forze, (beh, certo, avrebbe iniziato quando la carta di credito
l’avesse abbandonato) e, soprattutto, avrebbe passato più tempo
con Isabella, l’avrebbe conosciuta meglio.
Quando,
poco prima di mezzanotte, risalirono sul Twilight, erano carichi di
shopper contenenti i loro numerosi acquisti. Naturalmente Edward
avrebbe voluto essere molto generoso anche con Isabella, ma lei non
aveva voluto approfittarne e aveva accettato solo un nuovo paio di
sandali, un paio di jeans, una t-shirt e un vestitino leggero. Il
vestito, aveva ammesso con se stessa, lo aveva preso solo per lo
sguardo carico di desiderio che le aveva rivolto Edward quando glielo
aveva visto indosso. I suoi occhi continuavano a scenderle sulla
curva dei seni, e le pareva quasi di sentire quando lui immaginava di
alzarle l’orlo e accarezzarle le gambe nude.
Presero
il largo e si rilassarono sdraiandosi sul ponte a prua, lasciandosi
cullare da una bottiglia di birra fresca a testa e dal leggero rollio
della barca. Isabella adorava il mare, amava la sensazione di libertà
che le donava, il profumo di salsedine che le trasmetteva la
sicurezza di essere sempre a casa, anche se, in realtà, si trovava
mille miglia dalla sua famiglia. E adorava trovarsi lì con Edward,
il miglior compagno di viaggio che avesse potuto incontrare, gentile,
simpatico, bellissimo ed eccitante come nessun altro.
Anche
a Edward piaceva un sacco quella situazione: Isabella lo faceva stare
bene, gli piaceva la sua sicurezza, il suo essere così indipendente
nonostante la giovane età. Aveva sicuramente molto da imparare da
lei. E poi, quella situazione lo faceva stare tutto il tempo su di
giri: loro due, da soli, in mare aperto. Ora, per quanto ne sapeva,
potevano essere rimasti solo loro al mondo: erano circondati dal buio
della notte, a vegliare su di loro solo le stelle e la luna piena,
meravigliosa, che si rifletteva sull’oceano increspato dalle onde.
In quel momento aveva con sé le cose che più amava, che più lo
facevano stare bene: l’oceano, il Twilight e Isabella. E non era
per niente sicuro che questo fosse l’ordine giusto.
Ad
un certo punto, Isabella si alzò di scatto correndo in cuccetta,
rovistò nel suo zaino e tornò da Edward con una scatolina e un
accendino, mostrandoglieli con uno sguardo soddisfatto. Edward alzò
un sopracciglio con fare indagatore e Isabella gli si sedette
accanto, accese la piccola torcia che si era portata dietro e
sorrise. «Quando sono andata via da casa di Jacob, mi sono presa un
regalino,» aprì la scatolina e la mise sotto il naso di Edward, che
l’annusò.
«Erba?»
Lei
annuì sorridente e lui la guardò con occhi sognanti, «Isa, vuoi
sposarmi? Bevi birra e fumi erba, sei la donna dei miei sogni!»
Scoppiarono
a ridere e Isabella prese un po’ d’erba, la mise sulla cartina e
l’arrotolò, ne leccò il lembo per chiuderla bene e la passò, con
l’accendino, a Edward, «A te l’onore!»
Lui
annuì, l’accese e aspirò, trattenne il fiato per alcuni istanti e
poi buttò fuori lentamente il fumo. «Oh, piccola, quanto mi sei
mancata!»
Poi
passò la sigaretta a Isabella e continuarono a passarsela quasi in
silenzio, ognuno immerso nei propri pensieri. Isabella non era molto
abituata a fumare spinelli e infatti, alla terza aspirata, scoppiò a
ridere contagiando ben presto anche Edward ritrovandosi così a
ridere insieme, come due idioti. Quando quella finì, ne accesero
subito un’altra e Edward si levò la maglietta, accaldato.
«Isa,
che vuoi fare da grande?» Le chiese.
Lei
scoppiò nuovamente a ridere, «quando lo scopro, ti faccio un
fischio!»
Rise
anche lui.
«E
tu?»
«Mmhh,
non ne ho la più pallida idea! Però so quello che non voglio fare:
niente di quello che ha in mente il mio vecchio. Niente esercito,
niente guerra, niente impresa di famiglia.»
«Non
ti preoccupare, troverai la tua strada.» Isabella tentò di
recuperare un po’ di serietà, ma non ne era per niente in grado,
così disse quello che voleva dire, anche se lo fece ridendo come una
pazza, come se stesse dicendo un’enorme fesseria. «Potresti
lavorare come skipper su una barca,» Non ce la faceva più, la
marijuana non le aveva mai fatto un effetto così forte: aveva le
lacrime agli occhi ed era piegata in due dal ridere.
«Oppure
potrei ciucciare tette!» Edward lo disse con solennità, come se
avesse detto che voleva fare il medico o il commercialista; Isabella
si lasciò cadere all’indietro e rotolò su un fianco tenendosi
l’addome. Le facevano male i muscoli delle guance e la pancia dal
ridere, ma non riusciva a fermarsi. «Come… come ti è venuto in
mente?»
«E
che ne so! Non l’ho mai fatto ma sono sicuro che sono bravo!»
Lei
divenne seria, o almeno credeva, «Cosa vuol dire che non l’hai mai
fatto?» Aveva gli occhi spalancati dallo stupore, non poteva credere
che quello splendido ragazzo non avesse mai baciato il seno a una
ragazza. «Mi prendi in giro?»
Vedendo
l’espressione di stupore sul viso di Isabella scoppiò nuovamente a
ridere, «No, solo che in genere vado subito al sodo,» le disse
facendole l’occhiolino.
Lei
si tirò su in ginocchio e sfilò la maglietta, si slacciò il
reggiseno e lo fece scivolare dalle braccia, poi rimase a guardarlo
sorridendo maliziosa, «allora forza, vediamo se è il lavoro giusto
per te.» Non vedeva l’ora di sentire le labbra di Edward sul suo
corpo, le sue mani che l’accarezzavano e il suo respiro sulla
pelle.
«Stai
scherzando?» ora era lui a essere stupito, ma, ciononostante, si
mise carponi e le si avvicinò: aveva una voglia folle di
assaggiarla, di sentire se la sua pelle era così morbida come gli
sembrava. Il richiamo dei suoi capezzoli, già turgidi, era
irresistibile.
Lei
sedette sui talloni, spingendo il seno in fuori, «assolutamente no.
Cosa c’è, non ti va, forse?»
Edward
ormai era molto vicino, il suo respiro caldo le accarezzava già il
seno e lei stava bruciando d’impazienza. Le appoggiò una mano
sulla scapola, come per trattenerla e una scossa elettrica le si
propagò attraverso la spina dorsale fin nello stomaco, e poi più
giù, tra le cosce. La guardò attraverso qualche ciocca di capelli
che gli era caduta sulla fronte, per essere certo che non fosse tutto
uno scherzo, ma Isabella era serissima, si mordeva il labbro
inferiore, in attesa, guardandolo con occhi carichi di desiderio.
Nessuno
dei due rideva più: improvvisamente non ne avevano più voglia.
Appoggiò
la punta della lingua sul suo capezzolo e lo leccò, facendola
gemere, poi strinse la mano attorno al suo seno, piccolo, caldo e
perfetto, e racchiuse il capezzolo tra le labbra, facendola gemere
più forte e gettare la testa all’indietro. I baci al suo seno
continuavano e lei alzò una mano, passandogliela tra i capelli,
stringendoli forte nel pugno quando lui succhiava più intensamente e
rilasciando quando il suo bacio era dolce. A un tratto la sua bocca
non era più sul suo seno e, quando aprì gli occhi, si perse nei
suoi, splendidi, che la fissavano, e un istante dopo la baciò.
Appoggiò le labbra sulle sue con dolcezza, mentre con le dita le
istigava ancora il capezzolo, pizzicandolo. Si baciarono
inginocchiati, l’uno di fronte all’altra, lei schiuse le labbra e
la lingua di Edward entrò e prese possesso della sua bocca. Non era
più delicato e gentile, ma rude e appassionato, proprio ciò di cui
aveva bisogno. I suoi capezzoli tesi premevano e sfregavano sul petto
muscoloso di Edward e questo contribuiva ad aumentare la sua
eccitazione. Si lasciò scivolare dolcemente indietro, sdraiandosi
sulla schiena, Edward le si sdraiò accanto, continuando a baciarla e
ad accarezzarle il seno finché iniziò a scendere, lungo lo stomaco,
la pancia, fino ad arrivare al bottoncino dei suoi shorts, che aprì
con un piccolo clic.
Il suono della cerniera che si abbassava sotto le dita di Edward la
fece gemere, lui si sollevò un po’ per abbassarli, assieme agli
slip bianchi, fino alle ginocchia. Tornò da lei e la baciò ancora,
mentre la sua mano tornava sull’ombelico e poi più giù. Quando,
finalmente, due dita scivolarono tra le sue pieghe già bagnate per
lui, lei gemette. Le solleticò il clitoride, compì dei piccoli giri
premendolo e facendola ansimare. Quando sentì che Isabella stava
irrigidendo i muscoli, pronta all’orgasmo, cambiò le sue carezze,
facendo scorrere le dita su e giù, leggermente aperte, ai lati del
suo clitoride. Lei inarcò la schiena e affondò il viso nell’incavo
del suo collo ansimando, voleva che lui la facesse venire, voleva
quell’orgasmo, ma lui abbandonò ancora quel suo piccolo nocciolo,
lasciandolo insoddisfatto e facendola gemere di frustrazione. Fece
scivolare le dita più giù, e le fece entrare in lei, eccitata e
bagnata come non mai. Gli shorts e le mutandine, fermi alle
ginocchia, le impedivano di aprire completamente le gambe per lui, e
cercò di abbassarli per poterli scalciare via, ma Edward glielo
impedì.
«Sshh,
lascia fare a me,» le sussurrò all’orecchio, mentre le sue dita
premevano in lei, e il suo pollice dava qualche carezza sporadica al
suo clitoride, solo per torturarla ulteriormente.
«Ti
prego! Ti prego, Edward, scopami, ti prego!» Ormai non resisteva
più, quell’orgasmo che lui stava continuando a rimandare la faceva
impazzire e, anche se muoveva le dita in lei in modo spettacolare, lo
voleva dentro di sé, ora, subito.
Lui
la stava mangiando con gli occhi, vedere il suo piacere lì, ad un
attimo dal travolgerla, e non concederglielo, lo eccitava ancora di
più. Normalmente, con le ragazze che aveva avuto, era molto più
sbrigativo, non gli interessava il loro piacere perché sapeva che,
scopandole, godevano molto ugualmente. Era bravo, ci sapeva fare, e
madre natura era stata piuttosto generosa, ma a Isabella voleva dare
il massimo, voleva farla godere più che poteva. E fu in quel momento
che si rese conto di una cosa: non aveva i preservativi.
«Cazzo!»
sibilò.
«Sì!
Dammelo, Edward! Dammelo!» quell’attesa la stava uccidendo,
voleva solo averlo dentro di sé, farsi riempire da lui.
«No,
non hai capito, non ho i preservativi,» le rispose sconfortato, e
senza rendersene conto stava diminuendo il ritmo con cui le sue dita
davano piacere ad Isabella.
«Pillola!
Edward, pillola! Scopami! Scopami!»
E
lui questa volta non se lo fece ripetere, in un colpo solo sfilò i
boxer e quando lei volle nuovamente togliere la biancheria bloccata
alle ginocchia, che ancora le impediva i movimenti, lui glielo
impedì.
Isabella
sbuffò, «Edward! Si può sapere che idee hai?»
Lui
le chiuse le gambe e gliele piegò appoggiandogliele al petto,
s’inginocchiò e le mise le mani sui fianchi, premendo le gambe di
Isabella sul suo petto. Era tutta esposta a lui, poteva vedere la sua
intimità, ogni piega, il clitoride dritto e turgido, la sua entrata
calda e bagnata, pronta per lui. Si prese in mano il membro duro e
dritto e lo passò su di lei, bagnando bene la punta nei suoi umori.
Le solleticò il clitoride facendola gemere, entrò appena in lei e
Isabella mugolò, quindi lo fece scivolare tra le sue natiche e lei
trattenne il respiro. E finalmente la fece sua. Entrò in lei con
un’unica poderosa spinta, scivolando fino in fondo. Isabella urlò,
si rese conto che era grosso e lungo e in quella posizione quello che
provava era indescrivibile, non poteva aprire le gambe per
assecondare le sue dimensioni e il piacere che lui le faceva provare
era amplificato dal dolore che provava, quel sentirsi aprire,
sentirlo prendere possesso di lei, del suo corpo, del suo godere.
Finora le aveva negato il piacere dell’orgasmo ma ora non avrebbe
più potuto farlo, o almeno se lo augurava. Quella posizione a lei
sconosciuta le fece scoprire un punto del suo corpo finora
inesplorato, un punto all’interno di sé che il membro di Edward
toccava ad ogni affondo, ad ogni forte spinta, regalandole un piacere
sconosciuto che ben presto si trasformò in un meraviglioso orgasmo
che la fece letteralmente urlare. Lui continuò ad affondare in lei
tenendola ferma dai fianchi e prolungando quel piacere
all’inverosimile. Quando finalmente rallentò, il suo piacere pian
piano diminuì d’intensità, lasciandole un meraviglioso sorriso
soddisfatto dipinto sul viso. Edward allora le sfilò pantaloncini e
slip dalle ginocchia, aiutandola ad aprire dolcemente le gambe, senza
smettere di spingere in lei, ma si abbassò appoggiando il corpo su
quello di Isabella e lasciandosi avvolgere dalle sue gambe che gli
strinsero i fianchi. Finalmente, Isabella poté stringerlo a sé e
affondare le mani tra i suoi capelli così morbidi, perdersi nei suoi
occhi, baciarlo e accarezzargli il viso.
A
Edward interessava darle piacere, a sé avrebbe pensato dopo. Prese
le gambe di Isabella e se le appoggiò sulle spalle, penetrandola
ancora a fondo a ogni spinta. Era bellissima, illuminata dalla luce
della luna piena che vegliava su di loro e li guardava amarsi, i suoi
gemiti erano forti e con qualche spinta più forte delle altre, la
fece venire ancora. Gli sembrava di conoscere il suo corpo da sempre,
gli sembrava di non avere nessuna difficoltà a trovare i suoi punti
magici, quelli in grado di farla vibrare per lui.
Le
fece scendere le gambe, sentiva che anche il suo piacere era vicino e
pensare di venire dentro di lei lo faceva avvicinare ancora di più.
Aumentò il ritmo, i gemiti si fecero più forti e quando Isabella
gli passò le mani tra i capelli e ne chiuse alcune ciocche nei
pugni, sussurrando, «vieni, Edward, vieni con me,» lui si
abbandonò, e si lasciò travolgere dal piacere dell’orgasmo,
insieme a lei, per poi abbandonarsi sul suo corpo, sorreggendosi sui
gomiti per non pesarle troppo, con le sue mani ancora tra i capelli.
«Se…»
Isabella si leccò le labbra e deglutì, poi riprovò, «se avessi
saputo che eri così, non ti avrei mai fatto uscire dal letto,»
ridacchiò.
«Se
avessi saputo che me l’avresti data subito, neanche tu saresti
uscita da quel letto!» Risero insieme, ancora l’uno dentro
l’altra, poi lui si rilassò, col viso rivolto verso di lei, la sua
bocca sul suo collo.
Era
meraviglioso stare sdraiati lì, con la luna e le stelle a far loro
compagnia, il dolce rollio causato dalle onde, il canto meraviglioso
delle onde, la brezza fresca. In quel momento nulla aveva importanza,
né il futuro, né il passato.
Quando
la brezza divenne troppo fredda e Edward non riuscì a smettere di
rabbrividire, decisero di andare sottocoperta, dove fecero di nuovo
l’amore, questa volta con più dolcezza e tenerezza.
***
Il
mattino dopo, Isabella gli accarezzò il viso con dolcezza, con la
punta del dito tracciò il suo profilo: la fronte, il naso
importante, le labbra rosse, piene e morbide e la mascella ben
delineata.
«E
ora? Che si fa?»
Edward
rise, «Non ne ho idea. Ma non andrò da mio padre. Lascerò Twilight
da qualche parte e poi me ne andrò per la mia strada.»
Isabella
si chiese se avesse intenzione di rimanere con lei, di affrontare un
pezzo di vita assieme, ma non osò chiederglielo. Lui era bello,
ricco e viziato e, anche se aveva detto di voler rinunciare alla vita
che la sua famiglia aveva in mente per lui, non credeva che sarebbe
riuscito a farlo davvero. Quando non hai un tetto sulla testa o non
mangi tutti i giorni, all’inizio può essere bello, ti sembra
avventuroso, ma poi diventa difficile, fa paura, ti getta nello
sconforto e sapendo che, da qualche parte, ci sono un letto morbido e
un pasto caldo ad aspettarti, è difficile non correre da loro. E
l’avrebbe abbandonata.
«Isa,
piccola, che hai?»
«Perché
mi chiami “Isa”?»
«Perché
mi hai detto che tutti ti chiamano Bella, e io non voglio chiamarti
come tutti gli altri. Allora? A cosa pensi?» con la mano le
accarezzava pigramente il fianco, sarebbe rimasto ore fermo così,
con lei appoggiata sul suo petto, i suoi capelli a solleticargli il
collo.
«Pensavo
che non ho idea di dove siamo, e mi stavo chiedendo se, dove
attraccheremo, ci sarà qualcuno che conosco che potrà ospitarmi per
un po’.»
«Senti,»
le disse mettendosi seduto. Prese le mani di Isabella tra le sue, poi
le accarezzò il viso con dolcezza. «Ora siamo due senzatetto, no?»
sorrise, quel suo sorriso sghembo che le causava una capriola nella
pancia, «Non ha senso dividersi. Rimaniamo insieme. Ci aiuteremo a
vicenda. Che dici?»
Isabella
rimase in silenzio, a riflettere. Se avesse accettato, avrebbe solo
rimandato l’inevitabile dolore di qualche giorno o settimana. Tanto
valeva chiuderla qua, prima di affezionarsi troppo a lui, prima di
innamorarsi, prima di farsi spezzare il cuore. Aprì la bocca per
dirglielo, ma parlò prima lui.
«Ho
capito, sei una solitaria, e io sarei una palla al piede, vero?» Il
suo sorriso fiducioso svanì lentamente.
No,
pensò Isabella. Non
lo lascerò al suo destino. Sono io che l’ho spronato a lasciarsi
tutto alle spalle e non lo lascerò da solo. E poi, sono una
combattente e combatterò al suo fianco. Allora
annuì con enfasi e decise di essere sincera. «È vero, mi stavo
chiedendo quanto resisterai prima di tornare da papà e… quanto mi
spezzerai il cuore quando lo farai.» Deglutendo, tentò di
ricacciare giù il nodo che le si stava formando in gola.
«Oh,
no. Sarai tu a spezzarlo a me, quando mi manderai al diavolo.» Poi
le prese il viso tra le mani e la guardò con dolcezza, chiedendosi
quanto fosse pazzo di lei, e quanto sarebbe durata quella loro folle
avventura. Poi la baciò sulle labbra e, guardandola negli occhi, le
chiese, «Allora, ci stai? Lo facciamo insieme?»
E
Isabella, felice come non mai, rispose, «Sì!» pronta ad affrontare
questo nuovo capitolo della sua vita.
FINE

Ehmbè questa si che una storia romantica... una dolce favola con i suoi lati comici, drammatici, hottissimi e romanticissimi....
RispondiEliminaC'è tutto...
Grazie
JB
So chi sei, meravigliosa come sempre.
RispondiEliminaMolto bella... mi piace l'idea di prendere energia, forza, coraggio, dal mare. Mi piace questo Edward che trova il coraggio di ribellarsi ai voleri del padre con la spinta di Isa... mi piace questa Bella che è la sferzata di energia che serve a questo giovane incontrato per caso.
RispondiEliminaE poi è il mio sogno fare un viaggio in una barca così... lasciandomi avvolgere dal silenzio del cielo e il chiacchiericcio delle onde...
Brava... ben scritta, intrigante, in alcuni passaggi leggera in altri più intensa... e quando fanno sesso poi... mmmmhhhh che bravi!!!
Non credo di aver capito chi sei ma posso dire che stiamo facendo tutte passi da gigante.
Grazie, è stato un piacere leggerti
Carinissima!!! Fluida, scorrevole, ben scritta, ottimamente ritmata. Bella storia raccontata con quel tocco di leggerezza necessario per dare positività ai piccoli drammi dei due protagonisti. Sono giovani e gli si perdona il non essere poi così profondi nemmeno nel loro sentimento che si sta appena affacciando, e questa cosa l'ho apprezzata molto, è realistica.
RispondiEliminaBrava!!!
-Sparv-
molto bella e ben scritta, molto interessanti i personaggi, giovani e con la forza e la "spensieratezza" speciale della giovinezza, molto caldo e ben descritto il loro intimo incontro, l'idea di farli cominciare dai capezzoli è stata... wow! e con un bel messaggio: occorre prendere la propria vita in mano e si può fare: con un po' di coraggio e una bella spinta. grazie per questa shot e per tutto il mare che ci hai messo dentro.
RispondiEliminaCarol
Storia godibilissima, con il giusto mix di avventura, romanticismo, sesso...
RispondiEliminaEdward è un giovane viziato, arrogante, abituato ad avere tutto dalla vita, insofferente nei confronti delle regole e dell'autorità. Eppure non è cattivo, dato che reagisce con prontezza al dolore di una sconosciuta, offrendole aiuto. Bella è una ragazza semplice, coi piedi piantati per terra e nello stesso tempo così matta da attraversare gli States per raggiungere un ragazzo che si rivela fedifrago e pessimo scopatore. In qualche modo sono complementari e hanno bisogno l'uno dell'altra: lui per capire che può tirar fuori un po' di spina dorsale e costruirsi un futuro con le proprie forze invece che dipendere sempre dall'imbottito portafogli di papà, lei per impegnarsi seriamente in un rapporto che preveda condivisione di responsabilità, difficoltà, ma anche tanta spensieratezza. Felice la scelta di lasciar sognare il lettore sui futuri sviluppi della storia d'amore. Piacevolissime le descrizioni dell'ambiente marino.
Ecco il mio voto 3
RispondiEliminaQuesta è la storia che ho apprezzato di più di tutto il contest. Scorrevole e appassionante, da leggere tutta d'un fiato, mi ha lasciato veramente impressionata. Per la sua completezza ho deciso di assegnarle 3 punti.
RispondiEliminaGrazie
Margherita
Ho deciso di assegnare i punti in base all'eco che le storie hanno lasciato nei miei giorni. Questa sicuramente merita i 2 punti che ho a disposizione...bellissima.
RispondiEliminaGrazie!
E 1 punto lo assegno a questa storia...
RispondiElimina1 punto
RispondiEliminaMary Robert
1 punto e miglior scena di sesso del contest per me
RispondiEliminaCaroline
Bella e appassionante questa storia. Scritta benissimo, riesce a coinvolgere il lettore sino alla fine e forse ho capito chi sei.
RispondiEliminaLa scena di sesso è molto bella e nel contesto ci sta benissimo.
Complimenti.
Bella storia, articolata, lunga, in alcuni passaggi divertente, in altri più seria, e molto sexy. Intrigante l'idea del viaggio che porta entrambi lontano dalle loro vite precedenti. L'unico neo per me, se così vogliamo definirlo, sono stati i dialoghi un pochino troppo diretti. Io amo quando i personaggi si annusano e si muovono in modo meno esplicito, amo intuire, amo immaginare ciò che si nasconde nel non detto, in quello che rimane implicito. Ma questi sono davvero solo gusti personali, credimi, alla tua storia non manca nulla e so che molte lettrici hanno (sempre in tema di dialoghi) gusti molto differenti dai miei. Ecco. Quindi per il resto brava davvero davvero!!! Concordo con chi scrive che stiamo facendo passi da gigante!!! Grazie!!! Cristina.
RispondiEliminaAvrei voluto avere altri punti, perchè come sempre mi sei piaciuta moltissimo. Brava!
RispondiEliminaBravissima! Una storia bella, scorrevole e romantica. Scritta veramente bene.
RispondiElimina2 punti a questa storia molto bella. Ne meriterebbe tre per la scena più hot.
RispondiEliminaBrava!
JoTyler
Questa è una storia che mi è piaciuta particolarmente. A mio parere, l'angst aiuta parecchio a scrivere belle storie, perchè riesce facilmente a toccare i sentimenti di chi legge, mentre con storie apparentemente leggere come questa è più difficile. Di questa storia invece ho apprezzato il senso di libertà allo stesso tempo infinita e provvisoria che emana dai due protagonisti.
RispondiEliminaBravissima, per te 2 punti!!!
Aleuname
Bella, davvero bella! A tratti seria, a tratti divertente. Complimenti!
RispondiElimina